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Non si vota!

di Nicola Bruno - 03/04/2008

Rieccoci qui!
Pronti, servilmente pronti con la matitina nella tremante mano per poter rinnovare l’emozione del voto.
Ho da poco terminato di assistere, allibito, al ghigno ironico dell’inviato della BBC a Roma, complice il giornalista dello studio tv da cui si trasmette ogni ora un Signor Telegiornale (mica i nostrani polpettoni scandalistici di regime), un ghigno causato dall’ennesimo governo che si spegne nella nostra italietta (con la i minuscola perché la merita tutta). I due giornalisti hanno il tempo di aggiungere che, vista la vita media dei governi italiani pari ad un anno solare, quello di Prodi ha superato ogni rosea previsione: 20 mesi…e si torna a trattenere l’ilarità. Ecco. La cosa mi disturba molto. Non il fatto che gli inglesi ridano di noi, beninteso. Lo fanno da troppo tempo perché la cosa possa ancora infastidirmi. E poi non sono i soli. Ciò che mi disturba maggiormente è la consapevolezza, che mi coglie improvvisa, di essere cittadino di un paese (ancora minuscolo obbligatorio) dove i diritti non sono patrimonio comune, dove la legge non è uguale per tutti, dove vige la legge della giungla, della convenienza, della forza, dove la solidarietà è una parola vuota. Se sei Furbo - qui una bella maiuscola perché la furbizia in Italia è considerata qualità - sali su un bel carrozzone - leggi partito - dove sia possibile agguantare al volo i brandelli di torta che piovono dall’alto. La politica dei partiti italiani è una vuota sfilata di carri carnascialeschi dove il pubblico, però, non si diverte più. Ed il Parlamento è ridotto a cantina maleodorante dove ci si ingozza e si tracanna vino a spese dei contribuenti. Per noi italiani l’Europa è una pura espressione geografica perché la nostra civiltà è da repubblica delle banane con al timone l’intera banda Bassotti coordinata dal Pietro Gambadilegno di turno.
La torta ha diverse porzioni, ed una di queste, sempre più grossa, si chiama rimborsi elettorali. Il rimborso elettorale è un brillante espediente escogitato al fine di umiliare il referendum del 1993 che aveva sancito l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti e per umiliare tutti quanti i cittadini onesti ed ingenui che, invece di occuparsi di attività con maggior tasso di gratificazione personale, avevano scelto di andare a votare, dimostrando così una pervicace attitudine a buttar via il proprio tempo.
Il rimborso elettorale è una vera e propria violazione della legge sul finanziamento pubblico dei partiti votato, guarda un po’, in maniera quasi omogenea da tutti i gruppi parlamentari, con le voci del dissenso, poche per la verità, messe subito a tacere.
In circa dieci anni si è passati dalle 800 lire versate per ogni cittadino iscritto nelle liste elettorali, per ciascun ramo del parlamento (minuscolo, please!), all’attuale 1 euro (!). Se il computo delle quote per partito si basasse sul numero degli effettivi votanti qualche soldino le casse dello stato lo risparmierebbe ma perché darsi tanta pena per un paese tanto amico della recessione… E poi si tratta di qualche centinaia di milioni di euro: cosa volete che siano per i nostri pensionati, per i nostri operai, per i cassintegrati, i disoccupati ridotti alla disperazione, per le famiglie che hanno visto un loro congiunto morire sul posto di lavoro, per i napoletani che vorrebbero uscire di casa senza la necessità di dribblare cumuli maleodoranti di spazzatura! Ed ecco il colpo di genio: nel febbraio del 2006, regnante ancora Berlusconi (badate, è solo un nome: della cosa si sarebbe potuto occupare egregiamente anche un degno compare dello schieramento opposto), si stabilisce che l’erogazione del rimborso elettorale, in 5 tranches annuali, debba proseguire anche in caso di scioglimento delle camere (…). Ecco svelata l’utilità: ci si ciba del cadavere del Popolo Italiano come iene fameliche speculando in maniera parassitaria persino sulle crisi di governo. Traduciamo in soldoni: per i prossimi 3 anni i partiti percepiranno rimborsi doppi, senza contare che, in media, essi percepiscono solitamente una cifra pari al triplo dei fondi impegnati per la campagna elettorale. Votare significa, per loro e solo per loro, investire in una Borsa truccata dove solo il cittadino italiano, ignaro o consapevolmente impotente, ci rimette. E se il governo tra un anno dovesse terminare anticipatamente il proprio mandato…
Inutile citare nomi di persone o di partiti, perché non sono loro a fare la differenza. I partiti si assomigliano tutti e le facce sono sempre le stesse. Anche quelle dei candidati pregiudicati. Ci basti aver scoperto il perché delle nostre tasche vuote: sono bucate ed il buco si chiama classe politica italiana. È un cancro che fagocita tutto. È arrogante nella sua pretesa di infettare le cellule sane. È violento nell’occupare le nostre vite abusivamente. È irritante nella sua non-volontà di contrastare le mafie che infestano le nostre belle terre. Più che votata, questa gente andrebbe citata per danni.
E si torna a votare con una legge che ha appena finito di dimostrare la propria inadeguatezza garantendo l’instabilità che, volendo esagerare, è stato il fine ultimo di tutti i governi che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi.
Ed allora chiediamoci perché dovremmo andare a votare. Perché dovremmo sottrarre del tempo alla nostra famiglia, ai nostri figli, alla lettura di un buon libro o anche ad un sonnellino ristoratore. Questa gente non ci rappresenta. Non ne ha mai avuta la pur minima intenzione.
Il nuovo avanza. Date un’occhiata alle facce pulite che imbrattano i muri delle nostre città. E l’informazione, incerta se disinformare o non informare, portavoce dei partiti, ci stupisce questa volta con un Berlusconi che non promette miracoli e un Veltroni che, al contrario, garantisce, in caso di vittoria, un nuovo boom economico che farà impallidire quello degli anni ’60. Potrebbe corrispondere a verità: è già da un po’, infatti, che è ripresa l’emigrazione dal Sud verso il Nord del Paese. Siamo un popolo saggio e lungimirante.























 

 

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