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Editoriale di Natale

di Massimiliano Forgione - 16/12/2008

Premetto che queste sono le più belle vacanze di Natale che io abbia mai visto e vissuto. Poco traffico, pochi acquisti. Che la crisi sia un viatico per rinsavire e ritrovarsi ad essere costretti a dare un valore, un senso ai reali bisogni, è un dato di fatto, storicamente incontrovertibile, di fronte al quale i più perdono la bussola e si sentono abbandonati.
Il 2009 si preannuncia ancor più austero, i colossi dell’auto sono sull’orlo del fallimento, le piccole, medie e grandi industrie, senza gli aiuti statali e dovendo fare i conti con il cinismo delle banche falliranno, milioni di posti di lavoro a rischio. Cronache di uno scenario già noto, peccato che i meno attenti, che poi sono sempre la più parte delle persone, sentono e vivono tutto ciò come inedito.
Io, continuo a sostenere che questo sia il più bel Natale!
La fine dell’auto, concepita per come è, mi inebria, sì, mi dispiace per i tanti lavoratori delle fabbriche a tempo determinato che non vedranno rinnovato il loro contratto di lavoro, per quelli che andranno in cassa integrazione, ma tutto ciò attiene ad un’altra materia, anch’essa annosa e riconducibile tutta alla voluta inettitudine dei nostri governanti.
I cedimenti strutturali delle nostre scuole, case, gli smottamenti, i franamenti, cause di una speculazione edilizia senza remore; il lavorare su queste calamità sempre attraverso le emergenze e mai con una lungimirante politica della prevenzione; ebbene, tutto ciò è la metafora di un cedimento sociale con molti precedenti, nonostante gli irritanti paragoni di questa crisi con quella del 1929 fino a definirla più dura; mi vien da chiedere che fine abbia fatto il dovere di cronaca e l’amore per la verità storica in questo Paese; crisi come questa non hanno niente a che vedere con il crollo borsistico del ’29, il parallelismo è assolutamente fuori luogo come chi lo propone, ostentando competenze di cui è sempre più facile arrogarsi in questa nazione. Riprendo e dico che i cedimenti strutturali causati dal fervido attivismo cementifero che sta facendo strame della bellezza nel nostro Paese dagli anni ’60 sono la metafora dei cedimenti societari che si verificano tutte le volte che un’impresa, una fabbrica licenzia, tutte le volte che un contratto non viene rinnovato, tutte le volte che una morte bianca occupa uno spazio di cronaca mediatica; lo sono perché l’elaborazione delle problematiche annesse è sempre emergenziale, mai di prevenzione, mai strutturale. La volontaria assoluta assenza di un solido stato sociale trova la sua concretizzazione in questa precarietà diffusa, assolutamente generalizzante, che niente ha a vedere con la crisi dell’auto, dei consumi e blasfemie simili.
D’inverno come d’estate, un lavorio che si esplicita su ciò che già è accaduto: l’esondazione di un fiume, lo smottamento di un terreno, il cedimento del soffitto di una scuola, l’incendio boschivo.
Provo pietà per quella umana rassegnazione italica del pensare e dire che la nostra nazione si è sempre risollevata, che siamo sempre stati capaci di rimboccarci le maniche.
Io, non voglio rimboccarmi le maniche, voglio che mi coprano i polsi, perché, nel momento in cui ciò avviene, vuol dire che qualcuno, a nome individuale o collettivo, ha rubato.
Occorre rilanciare i consumi! Altra fandonia urlata dalla politica senza mai entrare nel merito di quali consumi. Forse, semplicemente perché, in un Paese aduso a badare al superfluo e non al necessario, la paura di perdere voti invita ad essere reticenti sulla pratica del consumo necessario e non indotto. Certo che il mercato dell’auto va salvaguardato, ma non di quella alimentata con combustibili inquinanti, bensì quella a basso impatto ambientale, meglio se l’intero settore si convertisse alla più sensata e lungimirante produzione di mezzi pubblici a metano.
No, troppo stravagante, significherebbe lavorare sullo strutturale e non sull’emergenziale, che pazzia!
Questa mistificazione della realtà ha fatto precipitare questo Paese in un baratro assurdo.
Quest’appendice fallica d’Europa sta diventando sempre più un luogo per vecchi e ricchi.
Una classe politica e manageriale responsabile opererebbe alla luce del sole, non avrebbe bisogno del continuo occultamento e travisamento della realtà. Questo modus operandi da mafiosi, tipico dei cornuti, ci ha incancreniti tutti, al punto da preferire non sapere, far finta di non vedere, per paura di scoprirci inetti, incapaci di scelte lungimiranti, coraggiose e forti, condannandoci tutti a operare mediocremente attraverso le emergenze, rimboccandoci le maniche quando si tratta di far finta di riemergere, per sentirci patrioti e fieri di essere italiani.
Siamo prigionieri della nostra stessa avidità e condannati alla bassezza morale.
Ma che senso ha minacciare il veto al piano europeo per il clima in nome della salvezza della nostra industria manifatturiera? Non sarebbe stato meglio aderirvi e cogliere l’occasione per incentivare la produzione attraverso le energie rinnovabili per cui, in un’ottica utilitaristica dell’immediato assolutamente scellerata, sono stati cancellati gli sgravi fiscali?
Ma forse ha ragione il nostro Berlusconi quando dice che parlare di clima con questa crisi è come pensare alla messa in piega mentre si ha la polmonite. Lui, che di operazioni posticce sui capelli se ne intende.
Fuor di metafora, la questione morale è solo l’ultima bandiera da sventolare e di cui tutti i partiti si arrogano per rifarsi una verginità. Se solo qualcuna, tra le belle facce che si aggirano in quel luogo a delinquere che è il Parlamento, se ne facesse realmente carico; Di Pietro, forse, staremo a vedere.
Io dico, viva la crisi e che il 2009 sia austero e duro. A rabbonirci ci penseranno le trovate goliardiche dei nostri governanti e di tutti i boiardi, che in questo Paese sono la stragrande maggioranza.
Cito a memoria Bertold Brecht: “Un popolo che non ha coscienza dell’epoca in cui vive è un popolo indegno”.
Buon Natale!























 

 

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