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Il Silenzio

di Massimiliano Forgione - 10/02/2009

Non so cosa voglia dire vivere, pensavo di saperlo e non solo per me, anche per gli altri. Non so assolutamente più cosa voglia dire difendere la vita, lo dico con tutto lo sconcerto che ciò possa suscitare.
La vita in senso etimologico, in senso filosofico, epistemologico, anche religioso, non so, da agnostico, oggi, faccio molta fatica a formulare un’ipotesi.
So per certo che la vita che stiamo a tutti i costi cercando di salvare è un rotolarsi insulso a cui non siamo in grado di porre fine. So, con estrema lucidità, che quanto la maggior parte di noi sta disperatamente cercando di mantenere in vita è già morto da tempo.
Ritengo che ognuno di noi debba guardare molto dentro se stesso e vivere quella disperata quanto necessaria, utile solitudine, fermare la disperante frenesia quotidiana e darsi la possibilità di trovare un senso a quanto tutti i giorni fa. Sono convinto che ognuno di noi, se solo dovesse realmente mettersi in discussione, troverebbe inutile, se non deleterio, il proprio giornaliero operato.
E’ assolutamente necessario essere molti franchi con se stessi da questo punto di vista.
Dico ciò perché comprendo totalmente la scelta del Signor Peppino Englaro, ammiro profondamente la sua capacità di mantenere un dignitoso silenzio quando tutto attorno diventava sempre più idiotamente frastornante. Forse, è proprio questo che più ha dato fastidio, che più ha lasciato senza speranza e possibilità d’appello: il dignitoso, solitario silenzio di un uomo che ha fatto la propria scelta. Avremmo tutti da imparare da quest’uomo coraggioso, eroe moderno e mitico che ha lasciato tutti spiazzati, in preda al delirio disperante della parola, lui, che con la sua essenzialità, anche dopo la notizia della totale morte della propria figlia, ha solo detto: “Voglio restare solo”.
Ecco, forse è solo ciò che si può fare quando il contrario sarebbe sovraesposizione alla ordinaria speculazione che la nostra vita è diventata.
Tutti, nessuno può tirarsi fuori da questa degenerazione alla quale assistiamo senza alcuna censura e senza riparo di sorta. Ne siamo concausa, complici omertosi, capaci di un silenzio che niente ha a che vedere con quello del Signor Englaro.
Sono sempre più persuaso che la nostra società sia in caduta libera, che tra non molto diventerà sempre più uno scialbo gioco del si salvi chi può. I contesti in cui bisognerebbe costruire diventano luoghi dell’impossibilità di comunicare, troppo concentrati su noi stessi non siamo più capaci di capire il punto di vista dell’altro, figuriamoci condividerlo. Abbozzare o ascoltare un intervento in un momento assembleare assume i contorni della incomunicabilità isterica che assume le forme del pianto e del riso. L’opinione altrui, quando è netta, fa paura.
Poco tempo fa è stato scoperto un inedito dello scrittore Mark Twain, uno scritto in cui afferma che: “Nella tomba si gode del diritto di cui nessun vivente può fare uso: il diritto di parola.” Forse, è proprio quel diritto che il signor Englaro ha voluto affermare attraverso il legittimo trapasso della propria figlia e il proprio silenzio.
Nel manoscritto di Mark Twain si legge: “L’omicidio è punito sia sul piano formale che nella prassi. Sul piano formale la libertà di espressione è permessa, ma in pratica è vietata. Entrambe le cose vengono considerate come azioni criminali e profondamente disprezzate da tutti i popoli civilizzati. L’omicidio viene a volte punito, la libertà di espressione lo è sempre, se enunciata, cosa che non avviene troppo spesso”, insomma, “ci sono buone ragioni per tenere per sé un’opinione impopolare, poiché esprimerla può costare caro, può provocare la rovina economica ed esporre al pubblico ludibrio. C’è il pericolo di vedere allontanarsi gli amici, essere emarginati dai propri familiari o dalla società e vedere la propria casa evitata da tutti e trasformata in luogo solitario. Ognuno conserva in seno l’una o l’altra opinione impopolare sulla religione o sulla politica.”
Ecco ciò che ci spinge a sopportare le piccole viltà quotidiane che “spesso taciamo perché non siamo disposti a sopportare le gravi conseguenze di un’affermazione impopolare. Nessuno desidera essere odiato, nessuno ambisce ad essere emarginato.” Ecco perché: “la libertà di espressione è privilegio dei morti, loro diritto esclusivo. Che cosa non verremmo a sapere, se solo potessero parlare!”
Adesso, vorrei incentrare l’attenzione del lettore sul silenzio, su quanto sia importante che tutti noi incominciassimo ad osservarlo, per riuscire, magari, anche ad ascoltarlo e da qui far rinascere una nuova forma di rispetto reciproco. Vorrei parlare del silenzio perché ritengo che quello del Signor Englaro faccia un frastuono assordante, vorrei farlo perché tutti dovremmo smettere di arrogarci della facoltà di parlare; vorrei evocare il silenzio perché è ciò che manca quando i quotidiani drammatici accadimenti dovrebbero imporci una profondissima riflessione e invece, noi, parliamo.
“Impossibile, dev’essere lei che ci è stata”, parlano così i genitori di alcuni ragazzi tra i 14 e i 17 anni che i primi di dicembre, a Trento, hanno stuprato una loro compagna di classe quattordicenne dopo averla fatta ubriacare; e così parlano i genitori di quattordicenni meridionali che pochi giorni fa hanno, con modalità animalesche, violentato una loro coetanea dopo averle fatto perdere capacità di intendere e volere attraverso l’alcol.
E poi parlano i politici, i cardinali, il Papa: Sarkozy propone all’ex giocatore Lilion Thuram di diventare ministro della Diversità, ma questi rifiuta; Angela Merkel chiede al Papa precise prese di posizione sulla Shoah dopo la riabilitazione nel seno di Madre Chiesa del lefrebviano che la nega; i cardinali e l’ufficio stampa del capo del Vaticano proliferano parole per spiegare che l’abrogazione della scomunica niente ha a che vedere con la tragedia delle deportazioni naziste degli ebrei ma nulla dicono del perché tale riammissione sia avvenuta.
Il silenzio diventa ulteriormente importante quando si parla fuori luogo e con intenti non sinceri. Quando tutto diventa giustificabile pur di non ammettere che i nostri figli possano trasformarsi in mostri perché lasciati in balia della nostra eccessiva protezione quale unica moneta con la quale ripagarli della nostra totale assenza e mancanza di fermezza.
Ieri, in un Parlamento semivuoto alcuni parolai discutevano dell’ultima, estrema possibilità di salvare Eluana, ma il silenzio della sua morte ha lasciato tutti a bocca asciutta, l’essenzialità di un atto di coraggio, quale è stato quello del padre, ha messo a tacere tutti.
Forse, solo questo possiamo fare per il vero rispetto della vita di ognuno di noi. Smettere di parlare perché la verità ci fa male, scoprire ciò che si cela sotto la pelle di ognuno di noi ci rende sgomenti, ci scopre impreparati e in preda a reazioni incontrollate.
Osservare il silenzio, prendendo esempio dal Signor Englaro, sapendoci colpevoli della nostra incapacità di comunicare il vero.

Abbiamo incontrato Beppino Englaro per capire che non c'è niente da capire! (sezione: i nostri audio)























 

 

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