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L'orda

di Massimiliano Forgione - 03/04/2011

Comunque andrà a finire nel medio termine delle cose che accadono, la meglio gioventù di questo pianeta seppellirà definitivamente la nostra mediocrità. Le nuove invasioni barbariche, secondo le analisi più argute del ministro di ferro Maroni, rappresentante di governo di uno dei più grandi imbrogli elettorali che ha trovato il suo humus in una terra brulla dove la coniugazione di insipienza e voglia di un farneticante riscatto, non si sa bene da cosa, hanno permesso alla peggior specie umana di ergersi, ancora una volta, nella disgraziata storia che monotonamente si ripete, a legislatori di questo Paese; ebbene, a detta del nostro ministrello dell'Interno: l’orda è da rimpatriare, su questo non ci può essere dialettica e, per assicurare la linea dura non esita a richiamare anche il reato di immigrazione clandestina, varato nel luglio 2009 all'interno del pacchetto sicurezza.
L'orda contemporanea può essere veramente foriera di buoni auspici. A differenza delle onde migratorie del passato, caratterizzate soprattutto dagli italiani, tutti, (L’Orda, quando gli albanesi eravamo noi di Gianantonio Stella, Rizzoli edizione), quelle moderne sono costituite da potenziali classi dirigenti, tale e tanto è il carico di conoscenza e specializzazione di cui i cervelli che popolano barconi e valicano frontiere sono depositari. Noi esportavamo braccia e delinquenza.
La violenza che ha sempre caratterizzato la vita dell’uomo attiene alla sua endemica, generalizzata e ciclica incapacità di sapersi esprimere. Quanto più un uomo è inatto al verbo, alla possibilità di potersi manifestare per mezzo della parola, tanto più è portato a farlo attraverso riti insulsi e indegni. E con ciò, non si fa riferimento soltanto all’arte oratoria che può essere priva di verità, ma a quella difficile di riuscire ad esprimere il vero attraverso le parole, dove queste non diventano l’attrezzo di un mestiere di convenienza ma il mezzo necessario per vivere per la verità e quindi tesi all’affinamento del mezzo stesso, in quanto unica possibilità di avvicinarsi al vero.
Una riflessione consegnata alle pagine dei nostri scritti più recenti, si soffermava su come la prossima sfida elettorale potrebbe essere impostata tutta su uno scontro tra Nord e Sud. Nella cieca e bieca visione di un consenso popolare da gonfiare oltre i limiti della decenza, la Lega ha esasperato i termini del dibattito e, mentre nel pentolone dell’intolleranza cuociono ancora i terroni, gli stranieri vi vengono opportunamente immersi a seconda di dove spira il vento dell’elettorato biforcuto con tanto di corna celtiche; e allora, si avanza per categorie: ora vi si mettono gli extracomunitari, ora i rifugiati, ora profughi; e si creano nuove specie sulla necessità elettorale o di governo del momento, per poi passare a rigurgiti sincopati quali: ‘fora de bal’ e altre emissioni gutturali dei vari rappresentanti dei verdi padani in ordine sciolto e sparso.
Sono in corso?, sono finiti?, semplicemente sospesi i festeggiamenti dell’unità d’Italia?, soppiantati dalle attenzioni mediatiche tutte rivolte alle corse responsabili scilipotiane per assicurare l’ultima impunità all’impunito? Non si sa, ma quantomeno è possibile creare l’assioma che, se centocinquant’anni fa il nord scese e invase il sud con l’esercito, ora, la modernità esige che lo faccia con un partito.
Che dire, siamo in attesa di questo rutto oceanico che sposterà per sempre le coordinate della decenza politica, uno tsunami umano che porti via, definitivamente, questa classe politica, queste facce insulse che traspirano odio e ignoranza da tutti i pori. In quanto a noi, l’elettorato, oltre ad auspicare una dimensione umana, dovremmo soffermarci su uno dei tanti aforismi dell’ineausaribile fonte di ispirazione che Gaber rappresenta: ‘non fa male credere ma fa molto male credere male’. Ergerci a persone indipendenti, dotate di un vivo spirito critico, non banali, per niente inclini ad irreggimentarsi, insomma, a persone libere.
Per il prosieguo, il tempo che dalla primavera ci porterà stancamente alla pausa estiva, il dibattito sul conflitto di attribuzione e i vari processi di tutta una classe politica da incenerire, caratterizzerà tutta la discussione giornalistica e mediatica perché l’imperativo è che il governicchio duri, cinque anni, poi ci sarà la solfa di un governo, tra i pochi in Italia che è durato tutta la sua legislatura, e di Berlusconi ci libereremo solo mandandolo a dormire al Quirinale. Molte volte è meglio il danno che la sua riparazione e, forse, considerando la mole incancrenita di vecchi e giovani che adombrano il presente (quelli che sì: manderebbero la propria figlia dall’orco buono per 7000€, perché oggi, con questa crisi chi te li dà così tanti soldi e poi, se c’è da scendere a compromessi pur di lavorare, beh….!), meglio considerare la soluzione più radicale possibile: spazzati via dall’orda, la nuova gente: avvocati, ingegneri, medici….
Per noi italici è meglio considerare che non c’è tanta differenza tra uno di destra e uno di sinistra, così come non ve n’è tra Gheddafi e Berlusconi: entrambi destinati a finire, cariatidi che prima di essere archiviate bruceranno tutto.
Ai pochi di buona volontà, nella mutevole realtà della corruzione a cui l’umano continuamente tende, non rimane altro che individuare e vivere quegl’interstizi dove si colloca la genesi della forza rigeneratrice che indefessamente lotta, senza urgenze, senza illusioni, convinta che, prima o poi, improvvisamente tutto muterà per giungere alla limpidezza destinata a durare poco ma che alcuni avranno la fortuna di vivere, prima di altri pronti a lottare per farla esistere.
Vivere un’eterna minoranza, sempre pronti al cambiamento che diventa di nuovo necessario quando la novità non è più tale.























 

 

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