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Sic!

di Massimiliano Forgione - 02/11/2011

La natura è quanto di più democratico esista: siamo esseri viventi con una scadenza, destinati a finire per dare ad altri la possibilità di esserci. Tutto è fine; riconoscerlo ci eviterebbe di vivere la proiezione di quello stupido dolore che scaturisce dalla nostra incapacità di cambiare, di accettare che le cose sono caduche e in movimento.
C’è uno spettro che da troppo tempo si aggira in Italia e da qui si irraggia in Europa; la sua consistenza è fatta di sostanza molle, stiracchiata con frequenza, tenuta su a fatica. La sua pretesa di esistenza è la stessa che anima la nostra presunzione di fissità, la stessa che non ci permetterà mai di vivere il presente con il dovuto rispetto per una possibile felicità.
Ogni mondo virtuale ha il suo rispettivo reale, una dimensione che rifiutiamo, non riconosciamo, per continuare a prediligere una dove per comodità, paura, necessità di rimandare ci rifugiamo. Così, assieme al ridicolo istituzionale che ci rappresenta, abbiamo perso la nostra capacità comica di vivere, siamo diventati a nostra volta buffoni, stolidi rappresentati. Il motto di John Rieth, primo direttore generale della BBC, sul ruolo della televisione: to educate, to inform, to entertain (istruire, informare, intrattenere) ha perso la sua validità storica, come ogni cosa è morta e ad essa si è sostituita una deiezione catodica che quotidianamente: diseduca, disinforma, rincoglionisce.
Ciò che rende il tutto per niente interessante è che ad assolvere questo compito siano degli eccellenti mediocri che hanno fottuto il belpaese, plasmando un futuro corpo elettorale che nella frustrazione ed impotenza della sua avvitata condizione di ignoranti voterà una rappresentanza sempre più incarognita e pronta a strumentalizzare le peggiori nefandezze umane.
In un Paese la cui storia è da sempre strettamente legata alla nostra, un capo tribù è stato da poco fatto fuori, nella forma più efferata, nella nemesi storica che ad un popolo spettava, perché la natura, impetuosa, raramente contempla il perdono. Quanto ci differenzia da quella terra a noi così vicina è una democrazia impostaci da più anni perché, in quanto a capi e kaid, ne sforniamo a profusione e, ad ogni tornata elettorale o tentativo di tenere in vita governi, altri ne vengono prodotti, replicanti di un sistema corrotto molto prolifico in cui il mediocre che vuole emerge più è schifoso e più ha possibilità di farcela. Altrimenti, non si riuscirebbe a capire perché, nella caratteristica che più accomuna certi supposti opposti, un Formigoni si debba spacciare per un integro, mentre un Marrazzo per un deviato, un Della Valle per un monogamo e un Berlusconi per un puttaniere.
Però, chissà, la confusione dei fatti va ascritta al momento in cui in questo Paese si è smesso di parlare di Sinistra e di Destra per affidarsi a neologismi fantasiosi quali: Centrodestra e Centrosinistra, come se, chi intraprende un cammino, ad un certo punto, chiedendo informazioni si debba fidare di qualcuno che gli dice: “Vada prima a centrodestra e poi prosegua per centrosinistra.”
Sic transit gloria mundi (così passa la gloria del mondo). In tal modo si è espresso il nostro raìs alla notizia della morte del suo collega Gheddafi, chissà quale reale pensiero abbia attraversato la sua mente, quale reale sentimento di maggiore solitudine abbia scosso con un brivido freddo le sue membra raffazzonate.
Per adesso e ancora, nel metaforico bunker dei nostri capi locali ci siamo tutti noi, incapaci di cogliere le sfumature dell’imbroglio democratico moderno, di cui quello italiano rappresenta il modello paradossale per eccellenza, convinti che un Gheddafi sia completamente diverso da un Bossi, solo per citarne uno; noi, che dovremmo riappropriarci della consapevolezza che continuamente muore qualcosa, perché ciò è natura, l’unica che si ribella al malgoverno dell’uomo e perché ammetterlo significherebbe non avere più bisogno della rassicurante menzogna ed incominciare a parlare, finalmente, soltanto il linguaggio del vero.























 

 

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