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Miseria e povertà

di Massimiliano Forgione - 20/12/2011

Ricostruire i fatti che caratterizzano il vortice degli eventi che ci stravolgono serve a capire l’oblio che già contraddistingue i nostri comportamenti e dirige le nostre scelte.
Dunque, imperava la crisi, il governo Berlusconi non era in grado di affrontarla, soffriva di inettitudine, poca credibilità, incapacità decisionale; i processi Mills e Ruby si riaffacciavano alle porte della realtà italica e il caimano pensò bene, su sollecitudine delle forze centriste di questo Paese sotto la direzione del presidente Napolitano, di farsi da parte, contrattando la sua buona uscita: tranquillità per sé e la sua progenie impegnata ad amministrare l’impero truffaldinamente costruito dal padre.(E’ storia documentata e incontrovertibile, vale per tutti l’inchiesta firmata Marco Travaglio e Elio Veltri: L’odore dei soldi, Editori Riuniti).
Ora, se si ritiene che Berlusconi altro non sia che l’espressione folcloristica del marcio italiano, possiamo ben capire le ragioni della nascita di questo governo tecnico che altro non è che la realizzazione di una enorme messa in scena, di una commedia nella commedia, un colpo di teatro assimilabile ad un colpo di Stato.
La solita scossa di razzismo attraversa l’Italia, da nord a sud la penisola è segnata da eventi gravissimi, e si fatica a credere nella buona fede della sorpresa degli organi di stampa e di tutti i prezzolati costretti ad esprimere deprimenti pareri sulla questione. Anni di turpiloquio gergale governativo ci hanno fatto sprofondare in questa situazione e gli opinionisti affrontano i nuovi casi di odio per il prossimo (che vale a dire: per se stessi) come fossero dei marziani appena arrivati sulla terra.
La crisi e il governo cibernetico oscurano una vergogna di cui il nostro paese si è macchiato la coscienza: i mesi dei “sans papier” nei CIE sono 18, una vera e propria barbarie perpetrata sui più deboli, su coloro che non vorremmo vedere, mentre la fine dello stato d’emergenza in Libia fa ripartire gli accordi firmati dal ‘fu raìs Gheddafi’ con il suo omologo brianzolo per fermare e respingere i “clandestini” nel deserto sahariano.
Così, fingiamo che i fatti di Torino (un campo rom dato alle fiamme), di Firenze (due senegalesi uccisi da un puro bianco), di Caserta (un’insegnante che, a parità di prova tra due alunne, motiva la valutazione inferiore data ad una di esse che ne chiede spiegazioni con le seguenti parole: “Tu non sei come le altre, tu sei nera!”), ci colgano impreparati, stupefatti, scandalizzati.
Ora, di fronte a questa falsa coscienza verrebbe da rinnegare la nostra cultura, vien voglia di dire che è meglio non essere intrisi in questo guazzabuglio che non ci fa discernere più niente, vero e proprio contorcimento di un sistema che si accontenta di una dichiarazione farlocca di verità. E siccome la verità non basta, perché nella compromissione generale necessitano più prove di amore per quella che costituisce la base della convivenza civile, allora è bene dire che il nostro atavico stato di morbilità comincia solo ora a dare i suoi frutti.
Perché si ha questa sensazione che il prossimo anno sarà terribile? Perché sentiamo il fastidio epidermico dell’attesa di un qualcosa che vorremmo non arrivasse mai?
Fino a quando il concetto di democrazia sarà misurato con il grado di benessere (inteso quale quantità di beni posseduti) che apporta a ciascuno di noi, fino al giorno in cui crederemo a questa bieca stortura a cui il potere finanziario, politico ed economico ci ha condannato, nulla potrà realmente cambiare ed è comprensibile lo smarrimento che la massa prova di fronte alla ‘povertà obbligatoria’, quella decisa per provvedimento governativo.
Come è mai possibile non riconoscere che si tratta della solita, banale, vecchia guerra tra ricchi e poveri. Come è mai possibile permettere che un Guarguaglini qualsiasi se ne esca da Finmeccanica con 5milioni di euro di buonuscita, che un Marchionne del cazzo pontifichi sul nuovo contratto aziendale ricorrendo al solito frasario dei corrotti: “Ha vinto l’Italia che lavora, che tutte le mattine si sveglia per produrre!”. Ma vaffanculo! Un secolo di conquiste sociali azzerate da un pezzo di merda qualsiasi molto ben pagato per eseguire il lavoro sporco. Ancora, come sempre, non paga la Chiesa, non pagano i politici, si mantiene intatto il sistema familistico che è la spina dorsale dell’Italia corrotta.
E’ necessario riappropriarsi della nostra povertà ed uscire da questa miseria; Pier Paolo Pasolini in questo assioma vedeva il germe di una possibile felicità. Ne vale la pena, soprattutto per le giovanissime generazioni che hanno tutto ma che non possiedono nulla.
Torna sempre alla mente la bellissima frase di Longanesi, un uomo di destra, quando parlare di schieramenti ideologici aveva un senso: “Non è la libertà che manca ma gli uomini liberi”, e già, se ci fossero non ci sarebbe bisogno di declamarla così tanto, questa libertà, ci sarebbe e basta.























 

 

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