Il Mattatoio - Giornale indipendente


 

Editoriale

Notiziario

Intervista

Scienza e Ricerca

Il Rubricario
  - Spettacoli
  - Film
  - Libri
  - Musica

Conversazione con

Il Punto

Aforismi, riflessioni e bestiario

Ciclicità

Economia

eBook

HOME PAGE

 

 

Editoriale


Coraggio, il meglio è passato!

di Massimiliano Forgione - 02/02/2012

Negli anni abbiamo impunemente assistito ad un pericoloso processo di personalizzazione del giornalismo culturale. Nella convinzione di creare un nostro punto di vista, di consolidarlo e difenderlo, ognuno di noi ha mollemente contribuito allo svuotamento della democrazia; quantomeno di quella forma che ci è dato conoscere e, fino ad ora, stato possibile vivere.
Il percorso della conoscenza ha una sua complessità che non contempla strade privilegiate, circuiti suggeribili, giova la curiosità, la passione verso i temi, per questo il cittadino realmente informato ha vita difficile in Italia, la sua fortuna dipende non solo dalle sue capacità ma dallo stato dell’informazione che, purtroppo, nel nostro paese è molto modesto, il campo in cui opera esageratamente asfittico, l’offerta visibilmente risibile, la criticità del pensiero piuttosto limitata in quanto enormemente asservito.
Nonostante ciò, occorre dire, il fruitore dell’enorme quantità di idiozia che quotidianamente ci assale attraverso uno spreco inusitato di cellulosa e frasari stereotipati urlati dal catodico buco nero, probabilmente ha il futuro dalla sua, e allo stato attuale, messi come siamo, non si sa se sia un bene o un male.
La Germania titolava, su una delle sue più autorevoli riviste, e andiamo al punto dell’intento giornalistico: Schettino poteva essere solo italiano; l’Italia, dal suo canto rispondeva, e proprio nel giorno della memoria dello sterminio ebraico, e citiamo il titolo reale di uno dei più vergognosi quotidiani del nostro giornalismo: A noi Schettino, a voi Auschwitz.
Come se la tragedia del nazismo fosse soltanto tedesca e quella della nave da crociera affondata solo italiana. Quanti non avvertono le insidie che si celano dietro una dialettica così autistica è evidentemente degno della verbosità infame e ignorante dei peggiori gerarchi che in questa pacifica guerra assillano il quotidiano professandosi liberi pensatori e intellettuali.
E’ un fatto che il volume editoriale e la struttura stessa delle pagine di un qualsiasi giornale dipendono dal volume di pubblicità, la vendita di pubblicità dalla diffusione, la diffusione dalla capacità di attrarre lettori. Va da sé che i giornali che vendono di più sono in genere anche i giornali più lunghi. Un ulteriore parametro che la dice lunga su come, analfabeti di ritorno quali siamo, abbiamo barattato contenuti con immagini, notizie con dicerie, tanto da riuscire a passare dal contenuto di una tragedia a quello di una facezia nella più assoluta indifferenza fino a ripetere acriticamente cose vecchie, stanche, senza accorgerci di debilitarci e invecchiare assieme ad esse.
Del resto veniamo abituati sin da piccoli alla conoscenza innocua, a quella che suppone un alto livello di ignoranza, dotta, perché altrimenti non si capirebbe perché nessun ministrello profumato dell’istruzione di questa onorevole democrazia non si adoperi, per riformare la scuola, di incominciare dai contenuti al posto di blaterare su formazione, selezione, e tutto quanto è necessario per nascondere ciò che non sanno; come è possibile che, nelle nostre autorevoli scuole, tra le tante falsità si insegni ancora, e ci limitiamo solo ad una delle tante, che quella dell’Italia fu una ‘fausta unione e non una felice annessione’ (per dirla alla Tomasi di Lampedusa) per i Savoia ridotti con le pezze al culo? Com’è possibile rinnegare massacri e violenze come se realmente si fosse trattato di una storia da libro Cuore firmato Edmondo de Amicis?
Se ampliamo il concetto di cultura che in buona sostanza è il complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di una comunità, l’insieme dei prodotti dei valori umani, ciò che caratterizza i costumi e le forme del vivere di un popolo, ci rendiamo conto che, senza dare alle cose il loro giusto nome, la crisi sarà senza fine perché è quanto serve a chi ci vuole così deprivati.
Fanno specie tutte le acrobazie cervellotiche attorno all’articolo 18 e alla sua cancellazione, quanto ‘spensierati’ bisogna essere per non capire che gli schifosi che si pronunciano contro di esso sono proprio coloro che cadrebbero in piedi anche se dovessero essere licenziati da un giorno all’altro per tutti gli stipendi d’oro che nel tempo hanno indebitamente accumulato; proviamo a pensare a quanto tragico sarebbe per un operaio ritrovarsi, dall’oggi al domani, senza lavoro. Eppure, la discussione ci appassiona a patto di ripetere le stesse parole che leggiamo o ascoltiamo dalle solite facce costrette a fare il triste mestiere di informare.
Negli ultimi anni la retorica giornalistica filogovernativa (praticamente tutta) ci ha silentemente inculcato l’idea che il professore sia di sinistra, mentre il cav., il dott., l’on. sia di destra, così, dopo Prodi, Berlusconi e poi ancora Prodi e poi di nuovo Berlusconi, adesso siamo pronti per Monti, un professore di destra, colui che rappresenta la discontinuità con il passato, l’unico veramente in grado di poter fare le vere riforme che realmente servono al paese, insieme alla sua squadra di tecnici, tutti rigorosamente bocconiani, portatori sani di una visione unica di intendere il mondo: quella distruttiva.
Che tristezza i raffronti con la necessità di ritrovare lo stesso coraggio del sacrificio che ci permise di uscire dalla crisi del dopoguerra, assolutamente inappropriati, l’ultimo ritrovato di un inganno che dura da sempre: allora c’era uno stato di povertà dal quale uscire, oggi, si tratta di venir fuori da un inutile benessere che ci ha reso stanchi e brutti. Un po’ come rievocare il concetto rinascimentale dell’uomo al centro dell’universo in un tempo che può conoscere solo la degenerazione umana quale unica protagonista.
Per capire un po’ di quanto stiamo vivendo sarebbe utile andare a rivedere il grande capolavoro di Luchino Visconti e soffermarsi sull’istruttivo congedo tra Chevallay e il principe di Salina (il Gattopardo), il primo, arrivato in Sicilia da Torino all’alba della monarchia costituzionale dei Savoia per proporre a quest’ultimo un ruolo presso il neonato Senato, attonito, incredulo di fronte ad un incomprensibile rifiuto, dalla sua carrozza non può sentire l’ultima frase pronunciata dal principe: "Noi eravamo leoni e gattopardi, i governanti che verranno saranno sciacalli e iene".
Viene da chiedersi quando finiranno il loro mandato i vari gerarchi sparsi per l’Italia, un pensiero corre anche al sindaco-ducetto di Adro.
Nella diceria collettiva va detto che il governo tecnico non è, come molti si ostinano a dire, nel rispetto del pensiero unico, la sospensione della democrazia, bensì il suo fallimento e il popolo, nella sua dimensione di entità povera (di una povertà non materiale ma morale: abbiamo di tutto ma non possediamo assolutamente nulla!)e disperata, è nuovamente e come sempre uno strumento utile a migliorare la condizione economica di strati sociali arrivisti.
E Berlusconi? Dicono che manchi, a quanti lo amano, hanno amato oppure odiato tanto da dedicare intere rubriche alla sua persona. Dicono che sia pronto a ‘scendere nuovamente in campo’ e non sappiamo quanto la notizia sia peggiore rispetto a quella di saperlo lì, acquattato con i D’Alema, Bersani, Bossi, Casini, a prosciugare le nostre risorse ma sappiamo, che qualora realmente decidesse di farlo, è solo perché i processi hanno ricominciato a mordergli le caviglie. Però, consideriamo che questi ha contrattato molto bene la sua buonuscita, infatti, Monti è il primo a tessere le lodi del cav., la sua riabilitazione sociale passa attraverso questo esecutivo, i processi sono la coda di quanto burocraticamente rimane da fare, nei fatti, non ci sarà nessuna reale conseguenza giuridica.
Sono tempi bui ma il pensiero di una imminente dittatura ci può far sorridere.
"Coraggio, il meglio è passato!" Ennio Flaiano.























 

 

Immagini articolo


 
 
 

Il Mattatoio - Giornale indipendente