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Editoriale


Sdradicati e incappucciati

di Massimiliano Forgione - 04/04/2012

C’è una perdita che porta con sé sradicamento, perdita di senso, riduzione del linguaggio dei popoli a mera espressione di una contingenza, di un intento immediato che non tiene conto di tutta una tradizione, anni e vissuti di generazioni rinnegati, considerati merce.
Nello smarrimento dei significati risiede la proliferazione di una disabilità sociale ben identificabile attraverso i suoi portatori e un preciso elenco di nomi e cognomi che, nel tempo, hanno sempre più compreso come: la devianza del concetto di spettacolo e di rappresentanza in palinsesto di intrattenimento e rappresentazione, avrebbe creato sempre più la scenografia di una società debilitata, governabile attraverso un copione fatto di poche e sempre identiche battute.
Ora, questo tipo di disabilità non si può trattare con naturalezza, la discussione attorno al tema è fortemente censurata in quanto risulta troppo pruriginosa considerato che, chiunque, è dentro un saldo di idiozia a volte pagato anche a caro prezzo. E’ la compromissione all’interno della quale ci muoviamo con sempre maggior indifferenza e agio, che rivendichiamo nella nostra veste di cittadini, che diventa diritto imprescindibile in quanto espressione di leggerezza, spensieratezza, prima voce consultabile del manuale di sopravvivenza dell’uomo moderno.
L’omertà attorno al tema ha creato il vuoto della problematizzazione dell’argomento, quindi, lo stesso non esiste, zittito assieme alla possibilità di uscire dallo stallo ha offerto il fianco alla tecnica della governabilità più appetibile per i dirigenti della cosa pubblica e privata: la rimozione del problema.
Un esempio per tutti: che senso ha parlare di disoccupazione quando è più semplice estirpare la discussione intorno all’argomento attraverso l’eliminazione della sua causa: il lavoro?
Per tutti i grandi temi che caratterizzano le convivenze delle società globalizzate, le classi dirigenti da tempo hanno scoperto la gestione a costo zero e impegno nullo; sradicare e delocalizzare la materia del dibattito porta allegramente al risultato di non parlare più della questione per dichiarata morte della stessa o perché traslata verso una fittizia discussione di puro intrattenimento (vedi l'articolo 18).
Così, nella spensieratezza globale si adotta lo stesso procedimento per tutto ciò che fa male e tanto avviene nel pubblico quanto nel privato (questa volta intendiamo per pubblico ciò che riguarda tutti e per privato ciò che riguarda le nostre singole vite): rifarsi all’afasia, all’apatia, è il nuovo ritrovato per vivere il surrogato della vita che, di per sé, è sempre meno dolorosa, sicuramente di immediato sollievo; la pretesa di una felicità a basso costo tenuta su da un’impalcatura precaria e instabile che necessita di un enorme sforzo umano, di molta convinzione, anche da ostentare, perché non ceda.
La felicità vera, quella che affonda le radici in un terreno fertile di conoscenza, curiosità, preparazione, passione, verità, non interessa che pochi perché implica sacrifici lunghi e intensi. Allora, il baratto è presto fatto: la possibilità di una felicità reale che non ammette infingimenti in cambio di una condizione di felicità posticcia che richiede una finzione da difendere a denti stretti e a tutti i costi. Ora, viene da sé quali sono i disastri sociali di un’adesione così massiccia al saldo proposto.
I problemi complessi che caratterizzano le società moderne sono tali in quanto complesso è il sistema dei corrotti, enorme il loro numero e c’è da rimanere esterrefatti dalla miseria che anima e caratterizza le loro azioni. Nella tenuta salda del miraggio di una vita facile, quello che è stato definito il ‘berlusconismo’ ha dettato le linee guida di un modo di essere e di fare che ha avuto il suo apice con la parabola stessa della persona da cui la tendenza prende il nome ma che affonda le sue radici nella profonda storia d’Italia dagli anni ’60 in poi e che deve i diritti autoriali a tutti i partiti e le componenti dirigenziali del pubblico e del privato che hanno svuotato la democrazia italiana negli ultimi cinquant’anni.
Nella retorica del consumo che cresce in misura inversamente proporzionale alla costante diminuzione dei salari (dagli anni ’80 in poi il 10% del Pil, traducibile in 120 miliardi di euro, non va più nelle buste paga ma nei bilanci aziendali; questa è una della cause della crisi) c’è la creazione di una ricchezza tutta virtuale, astratta, che supera di dieci volte quella reale. Tale inganno si unisce ad un’economia divenuta di flusso, completamente svincolata dal territorio che porta a spostamenti di produzione in cui la componente umana non è per niente contemplata.
Il titolo di questo editoriale e le due foto che l’accompagnano gridano che lo sradicamento di una cultura secolare porta con sé disastri enormi, l’incuria del gesto e l’assenza di una visione lungimirante di tale atto ha conseguenze catastrofiche, non vedere questo è da incoscienti.
L’uomo, dal canto suo, non urla più davanti allo scempio, rinchiuso sempre più in una dimensione personalistica patologica e fatta di fragilità sente impellente la necessità di occuparsi solo di se stesso, vive da incappucciato la propria vita, proprio come l’ulivo sradicato dalla sua terra secolare e portato a morire là dove le temperature non gli permettono di vivere; coperto nel tentativo di prolungare la sua agonia.
Ma chissà, nella morte vi è sempre un lavorio di riscoperta (pensiamo a quelle degli artisti che suscitano sempre un’attenzione straordinaria per quanto questi hanno generato in vita) e magari i popoli, che le rivoluzioni non le fanno, prima di lasciarsi irreggimentare in quelle dei governi plutocratici che si chiamano guerre, possono scoprire una strana paura che ha tutto il sapore della libertà.























 

 

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