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I tecnici della spietatezza

di Massimiliano Forgione - 06/09/2012

Scusate, ma quando hai a che fare con veri professionisti del massacro sociale, autentici cecchini della classi deboli, quando vedi che la situazione precipita nel silenzio più assordante e nell’assuefazione salottiera o da indignato informatizzato da divano, quando assisti alla conta sempre più magra dei cervelli risparmiati dalle teste di cuoio del popolo minuto, capita che ti guardi attorno sempre più disperato, triste, rabbioso di una solitudine incomprensibile, perché mai avresti pensato che si sarebbe potuti giungere a tanto schifo.
Ormai tutto contribuisce ad arricchire lo spettacolo riluttante della realtà, la protesta è vacua e ciò che circola a livello di idee, che ci si trovi ad un dibattito o ad una conversazione tra pochi, è una sciatta inutile e infedele ripetizione di una ovvietà trita e ritrita. Del resto, si passa tutta un'esistenza ad apprendere cazzate, sin da piccoli veniamo messi in contenitori vuoti chiamati scuole, obbligati ad apprendere nulla se non falsità storiche certificate per il tramite di insegnanti molto impegnati ad eseguire una boriosa prestazione autoreferenziale. Chiaro che poi sfuggono non solo le grandi verità ma anche quelle più ovvie e che solo l’insistenza dell’ingenuo, di chi è disposto a sputtanarsi piuttosto che acquietarsi con la cozzaglia dei giusti, attraverso percorsi personali, estremamente arzigogolati può giungere alla certezza di una grande, inutile, imbecille ovvietà. In questo percorso l’ingenuo pietoso può imbattersi in Paolo Barnard, giornalista assoluto e autentico, un trascorso inoppugnabile che ti svela quell’odiosa verità di cui eri tanto in cerca e che dopo averla fatta tua ti fa sentire come il Gaber dell’Idiozia conquistata a fatica. Poco male, quella sciagurata ovvietà non solo è utile, è indispensabile, perché è la nostra realtà, la nostra sostanza, così precipitata, così deprivata, così mancante di una qualsiasi credibilità.
La nostra ipocrisia, il nostro egocentrismo, tipico dei giusti a tutti i costi, ci impongono di ignorare il fatto che non sono le cose che ci accadono ad essere importanti ma come le viviamo. Nessuno è esente da questo sviamento che ci porta a diffidare sempre e a prescindere del prossimo, per protagonismo o più semplicemente per assecondare il proprio ego. Così, ci innamoriamo di un’idea qualsiasi con cui farci un bel vestito, l’involucro di ciò che abbiamo deciso di essere, mentre la realtà è sempre altrove rispetto al nostro allineamento alla sua versione obsoleta. Battiamo come vecchie bagasce sulla strada delle nostre convinzioni ideologiche superate e stantie, assecondando il riflesso di un tornaconto utilitaristico. Sì, i veri tecnici della spietatezza siamo noi, cecchini di noi stessi pronti ad abilitare i tutori della nostra falsa anodina conoscenza.
Non c’è niente da fare, è la nostra epoca, viviamo nel mito dell’esaltazione dell’io, siamo talmente concentrati su noi stessi, sulla necessità di dover sempre e comunque giustificare lo schifo che ci caratterizza da non considerare minimamente che la felicità potrebbe essere la considerazione lucida e disincantata che si ha di sé e della realtà e che basterebbe un buon senso della morte per avere un discreto senso della vita.
Per smettere di fare, di operare in maniera dannosa, non c’è bisogno di ritornare alla Comune o di manifestare in piazza e anche l’ultimo dibattito sulla spending review risulta superfluo. Occorre boicottare e ciò è un atto individuale, difficile da assumere ma indispensabile se vogliamo fermare questa deriva. Del resto, l’ingenuo pietoso è comunque portato a pensare che magari la mappa individuale dell’indignazione riesca a far massa e a cambiare i comportamenti collettivi.























 

 

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