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Lo stragismo della crisi

di Massimiliano Forgione - 08/04/2013

Il nostro è un Paese dove i grandi cambiamenti non potranno mai avvenire perché abbiamo troppa paura. L’onda lunga del ‘68, con tutta la sua importanza per le istanze provenienti da quella che oggi, in una locuzione di cui si abusa fino allo snaturamento, definiamo ‘società civile’, da noi è stata arginata e definitivamente ridotta a risacca dieci anni dopo attraverso lo stragismo di Stato. Il terrore che si respirava in quegli anni era frutto di un terrorismo folle (tanto di sinistra BR, quanto di destra NAR) e di un golpe autoritario silente. Da noi nessun Pinochet sarebbe stato possibile perché al governo non vi era nessun Allende; noi avevamo i Moro, e il capo della DC fu immolato quale vittima sacrificale per ragion di Stato.
Il passaggio agli anni ’80 è stato docile e indolore, dopo le bombe di Stato, questo, ha consegnato all’uomo nuovo il compito di somministrare il metadone al popolo italiano: attraverso la televisione spazzatura è stato possibile trasformare il terrore in assuefazione alla paura. Già, dopo piazza Fontana, la questura di Milano, piazza della Loggia, Italicus, la stazione di Bologna, Ustica, sono bastati un po’ di culetti saltellanti e gli italiani si sono addormentati con il sorriso sulle labbra e la bava a colare dagli angoli della bocca, convinti che il peggio fosse passato e che la spensieratezza ‘reganiana’ sarebbe stata la giusta ricompensa per tanta, ingiusta, apprensione. Ma quel terrore dagli occhi, gli italiani, non se lo sono mai tolto.
L’assuefazione alla paura è proprio questa: l’irrigidirsi su una libertà americana e non poterne creare una tutta nostra.
Intanto, l’affarismo illecito si alimentava e nel sonno morfeico di un numero sempre più cospicuo di cittadini lobotomizzati, il passaggio di consegne dalla prima alla seconda Repubblica veniva formalizzato nelle camere oscure del potere all’amatriciana. Abbiamo dovuto aspettare dieci anni perché quel patto scellerato tra una finta eterna opposizione, che nel frattempo aveva cambiato nome in centrosinistra, e un guazzabuglio di governo, che intanto si faceva chiamare centrodestra, fosse finalmente reso lapalissiano da uno dei dieci ‘saggi’ nominato dal sempre più attuale Presidente della Repubblica, quel Violante che, con il discorso pronunciato in Parlamento nel 2003 di fatto raccontò di un conflitto d’interessi mai impedito e mai volutamente sanato.
Il palazzinaro brianzolo, delfino (eufemismo per esorcizzare il più calzante: leccaculo) di Craxi che, pavido anche di sé, il giorno prima del fatidico lancio di monetine (correva l’anno 1993), evacuò dal retro dell’hotel Raphael di Roma dopo aver reso visita al suo sanatore per congratularsi del diniego dato dal Parlamento alle quattro delle sei autorizzazioni a procedere nei suoi confronti, di fatto aveva la sua strada spianata allo scranno più alto di Montecitorio già da tempo. In seguito, sarebbe diventato Presidente del Consiglio di questo Paese per ben quattro volte. Ha portato in Parlamento ‘diversamente onesti’ e ‘donne di facili costumi’, ma non sopportiamo che venga detto tanto che, se quel maschilista di Battiato si permette, vengono richieste le dimissioni all’unanimità con tanto di interessamento morboso della stampa. Ma quanto tempo fa era che la Carfagna (solo per dirne una) entrava come deputata alla Camera per servizi privati resi a sua maestà? Ma è la stessa che oggi, al pari della fu Rita Levi Montalcini, pontifica sulle preferenze a probabili nomi per la presidenza della Repubblica assegnata nuovamente a quel giovanotto di Napolitano?
Nell’operazione rimozione, che tanto ci piace, abbiamo dimenticato quello che è successo fino all’anno scorso e l’abbiamo fatto con tale dovizia di intenti che proprio non capiamo il linguaggio di chi, accordi con questa che a buon diritto abbiamo il dovere di chiamare ‘gentaglia’, non ne vuole sentir parlare.
In preda alla solita paura, chiediamo, a chi volevamo rompesse il sistema chiuso dell’onanismo politico che rende ciechi gli italiani da più di cinquant’anni, di fare accordi con i soliti ignoti della banda del buco, perché lo spettro della crisi più nera incombe.
Possiamo stare tranquilli, non è con questi uomini che ne usciremo, neanche se il Berlusconi del nuovo centrosinistra dovesse materializzarsi più di quanto già non faccia di suo. Renzi (cosa non farebbe costui pur di piacere) è solo l’ultimo residuato di un imbroglio enorme che si chiama politica, mentre la nostra povertà viene decisa da burocrati europei che operano in commissioni chiuse, estremamente autoreferenziali, ostaggio di banchieri e finanzieri avidi.
La storia ci consegna esperienze di comunismo fallite, di socialismo impossibile da realizzare in quanto osteggiato dai poteri forti, di un nazismo che non è mai finito.
Senza la determinazione ostinata a voler fare di noi, esseri irreprensibilmente liberi, ogni discussione intorno al possibile cambiamento, è puro intrattenimento.
Degli omicidi Falcone e Borsellino cosa dire, a parte che i due giudici si resero conto, quando ormai la morte li accompagnava con la sua falce, che l’eterna trattativa Stato-Mafia con la quale l’Italia è nata, è l’antico accordo attraverso il quale in Italia si è sempre governato. Il riposizionamento di questo equilibrio con gli attentati dei Georgofili a Firenze, di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano a Roma nel 1993 è quanto in quel momento storico era necessario per far capire ai dissidenti d’immagine che siedono in Parlamento che l’uomo nuovo era il male necessario per continuare una certa pacifica convivenza da ‘Domenica delle salme’ di andreana memoria.
Il motto coniato nel 2001 che recita: ‘La mafia è un male con il quale è necessario convivere’ i cui diritti d’autore vanno all’ex ministro Lunardi è il primo articolo di una Costituzione occulta di esclusiva proprietà dei politici; è il credo al quale chiunque varchi la porta di Montecitorio e Palazzo Madama, prima o poi, senza neanche accorgersene, si piega, magari (pochissimi) credendo ancora di portare avanti una giusta battaglia personale, ormai presente negli angoli più remoti della propria memoria, ma necessaria per assolversi senza rinunciare all’agio aristocratico italiano di chi ‘tiene famiglia’.
La Lega, alle ultime elezioni, ha preso in Campania 9000 voti. Adesso, sul perché una regione del Sud faccia una scelta elettorale di questo tipo, ritengo non ci sia bisogno di Piepoli o Mannheimer per capirne l’etimologia. Forse, basterebbe un sincero analista che ci dica che i voti dell’affarismo delinquenziale in politica sono fortemente necessari in Lombardia in questo momento storico per via di Expo 2015 e di tutti gli appalti esistenti che stanno trasformando lo stivale in una fantastica Milano da rimpiangere, tante oasi di cemento spalmate su tutti i suoi 1800 chilometri.
Mafia e politica, corpo unico di un affarismo insaziabile e rovinoso. La nomenclatura da restaurazione di questi giorni ci dice che l’antico patto è più che mai solido e che lo stragismo può continuare con la sua veste da guerra fredda, aldilà della cortina il popolo, sempre più solo.























 

 

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