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L’età della pietra nell’era tecnologica

di Massimiliano Forgione - 28/05/2013

Ogni epoca ha i suoi intellettuali asserviti, i suoi dissenzienti, i suoi nicchianti. La nostra non ne è esente. Gli ultimi costituiscono una categoria spregevole quanto i primi, guardano tutti dall’alto della loro torre d’avorio, trattano tutti da imbecilli, come i padri di una volta, si sentono gli unici depositari della verità. Loro, non si schierano se non per la piccola personale teoria, sempre pronti a manganellare tutti, spiegando senza mai farsi capire, tenendosi ben lontani dalle domande chiare e, dalla loro setta, trarre quella linfa vitale di assenso che li farà essere dei sempiterni bastian contrari, sempre più di nicchia nicchianti. Un vitalizio un po’ alternativo e pseudo intellettuale che esercita sempre il proprio fascino.
Il parlar chiaro non appartiene a quest’epoca, essa esige menzogna e falsità, l’asservimento a questa ributtante prassi ci rende carne che puzza, mefitica massa corporea sulla quale volano in circolo gli avvoltoi; avvertiamo la loro presenza ma la verità è cosa dura da vivere.
Chi non si rassegna a questo stato di cose viene visto sbiecamente, con sospetto e, proprio come i vecchi padri nei confronti del figlio che trova il coraggio di affrancarsi, gli asfittici vivono l’attesa del ritorno del figliol prodigo, pregustando il momento in cui cadranno. Ma certi figli son destinati a non tornare mai, loro, l’elastico della possibile redenzione ortodossa l’hanno per sempre spezzato.
Così è la società. La maggior parte dell’umanità cuoce nel pentolone della menzogna collettiva, del grande inganno di chi ci vuole stupidi, mentre la parte minoritaria non si rassegna, tiene duro, ricerca, anche nella follia, vie di fuga, alternative possibili pur di non vivere una vita da morti.
Con questo numero si chiude una stagione giornalistica ricca. Abbiamo incontrato persone eccezionali che hanno reso il nostro percorso imprescindibile, da ora in poi, ogni ritorno è impossibile. Li mettiamo nella pagina internet con cui questo giornale si presenta perché da qui dovrà ripartire l’analisi del presente, fuori dal chiacchiericcio inutile e dalla rincorsa spasmodica della notizia sterile. Si conclude una stagione difficile, affrontata con la passione di chi non vuole raccontarsi balle ma si ostina alla verità, perché nel disfacimento delle costruzioni lusinghiere e di comodo, la base deve avere fondamenta ben solide. Tante illusioni sono crollate, l’evidenza dei fatti è drammatica. Abbiamo la sensazione che da qui in poi potrà succedere di tutto, ma il nostro cruccio, fino a quando non individueremo un ‘noi’ plausibile, sarà quello di puntellare costantemente l’‘io’ che risiede prima di ogni possibile senso di appartenenza.
Gli ultimi amici del nostro viaggio sono: Fabrizio Gifuni, Paolo Dal Bon e Alberto Patrucco. Attore eccezionale il primo che, con il suo ultimo spettacolo Gli Indifferenti ci consegna riflessioni preziose sull’asservimento dell’uomo artista al potere; organizzatore degli spettacoli di Giorgio Gaber il secondo, conversare con lui ci ha aiutati a mantenere vivo il lascito di un uomo vero, appassionato, sincero; ‘pessimista comico’ il terzo; che piacere averlo incontrato nuovamente dopo dieci anni e vederlo agganciato con il suo riso amaro ai nostri tempi bui.
Avremmo voluto riportare il punto di vista dell’economista Alberto Bagnai ma, facendo questi parte della schiera dei nicchianti, non si è concesso. Egli individua un punto focale nella grande truffa dell’euro e della crisi; ci dice che, dal 1996, anno in cui la lira fu rivalutata nei confronti dell’ECU (futuro Euro), la linea economica delle esportazioni italiane arresta la sua ascesa e segna il suo andamento piatto. In buona sostanza, riconosce nella sopravvalutazione dell’euro la causa principale della crisi e annuncia il suo probabile fallimento in un futuro non lontano. Sulle ragioni di un cambio lira/euro così svantaggioso per l’Italia fa accenni a progetti culturali e ideologici precisi ma, a nostro avviso, senza pagare i diritti d’autore ad altri che ci hanno già pensato prima di lui.
In questo ritorno all’età della pietra supportato dal rigurgito tecnologico, in cui ci si ammazza con picconi e bastoni, spranghe e clave, in cui si bruciano corpi, ad esprimere un linguaggio corporale non diverso dall’afasia che ci caratterizza, riteniamo che il ruolo della classe dirigente sia fortemente responsabile e non ci piace inneggiare allo spauracchio di una nuova possibile Norimberga ma additare i colpevoli è operazione sana e giusta, non per creare capri espiatori ma la consapevolezza che, una classe intellettuale volutamente distratta, crea il vuoto dove ogni bruttura è resa possibile e ogni ignavia giustificata.
“(…) il saggio critico, l’articolo di giornale, l’informazione politica etc. Insomma il 90% di quanto si scrive, esula dal campo della fantasia pura: ed ha per fine l’orientamento del pubblico, la diffusione di principi, di idee, di opinioni che formano la cultura media di una nazione. Gli scrittori hanno per gran parte tradito questo loro compito e han mostrato quale terribile arma di diseducazione politica può essere la penna. Sono stati servi pagati per diffondere la menzogna, obbedirla con la più sporca retorica, insinuarla con le arti mezzane così potenti presso gli ingenui.” Raffaello Ramat, 1943.
Per gli animi sensibili l’auspicio è quello, in un percorso sempre più verso se stessi, di trovare una comunanza per non esaurire i propri aneliti in un’implosione del proprio mondo.
Ognuno ha le sue prigioni, mentali, fisiche.
Ognuno ci convive.
Ma quando le pareti cominciano a restringersi, le facce diventano anonime.
Quando lo specchio comincia a darti del tu
quando i marciapiedi ti provocano vertigini e la strada sembra il tuo tappeto rosso
metti insieme il tuo bagaglio.
Riempilo di ricordi, speranze, parole, storie vissute e storie da vivere
riempilo di emozioni, musiche, liti, illusioni d’epoca, domande e risposte.
Trovati un amico e comincia la condivisione, l’esplorazione.
Vai a caso, lascia le tue lacrime sul cuscino, incontrati con la vita, scontrati con il dolore ruba l’amore.
Non avere una meta ma cento, prova a ritornare perché il ritorno dà senso al viaggio.
Pensa a Polifemo e alla sua solitudine e rispetta la solitudine altrui.
Gira intorno al mondo non girare con lui.
Affrancati da te stesso e dall’attesa.
Per amare la vita bisogna tradire le aspettative.
Guardati intorno e guardati da chi si professa libero.
Il sapore della libertà è la paura.
Solo chi ha paura della libertà ha il coraggio di inseguirla.
Vincenzo Costantino Chinaski, Le cento città























 

 

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