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L'evidenza distopica

di Massimiliano Forgione - 07/08/2013

Le finte lacrime, la dissimulata commozione, tanto falsa fino a crederci in prima persona e a convincere i tanti. Poi le chiacchere, proferite come parole che debbano circoscrivere un pensiero, esposto quale rigurgito di materia non propria.
La parabola del pensiero è la vicissitudine di questi giorni che, personalmente, porta ad odiare lo stesso, a disprezzare il suo mezzo di conoscenza (la parola), ad allontanarsi dai soggetti portatori sani di questo male.
Eppure, si dice, che sia politica, di conversazioni che trattano di politica.
Io non so cosa significhi, oggi, parlare di politica ma so che, un giorno, ci pentiremo di tutto questo: di non aver parlato con i nostri figli, e padri, di aver permesso che una tv, con le sue vergogne, prendesse il posto delle nostre parole; di esserci abbandonati all’impudicizia di questa pornografia impersonale, di aver lasciato che squallidi opinionisti parlassero al posto nostro fino a farci pensare con pensieri non nostri.
Ora, io sento che quel momento sta arrivando e quel che mi spaventa è che non vedo nessuno disposto a dire: la colpa è mia. Ho anche la certezza che le conseguenze di questo disprezzo per la vita è quanto tutti dovremo sopportare. E so anche che dovremo pentirci di non aver preso in mano e nuovamente sfogliato I promessi sposi, vero romanzo moderno a cui attingere per rigore letterario, fermezza del pensiero e maestria della parola (Però, senza essere un gran metafisico, un uomo ci arriva talvolta alla prima, finch’è nuovo nella questione; e solo a forza di parlarne, e di sentirne parlare, diventerà inabile anche a intenderle); per non esserci dannati a una maledetta scala armonica e cos’altro diavolo si possa pensare quale realtà che tenga in vita pur di non lasciarsi andare alla facilità del tasto del telecomando.
Il conto di tanta resilienza è lì che aspetta di essere pagato, sento il creditore sempre più impaziente e nessuno che abbia, come al solito, lo slancio generoso per pagarlo quel fottuto conto.
C’è una strana incapacità di ricreare una fiducia nuova nel prossimo. Per quanto mi riguarda vale la buona regola del prendere l’uomo per l’intento progressivo che impone al proprio percorso, accoglierlo per dove aspira ad arrivare, per le direzioni che traccia e non per la propria origine.
Ora, parlando dell’uomo Berlusconi, ebbene questi ha dato, sempre, inequivocabile e pessima prova di sé, una coazione all’abbrutimento possibile dell’individuo con la pecca, dato utile per ultroneo disprezzo, di non aver mai fatto mistero, rispetto ai suoi omologhi, dello schifo che lo caratterizza. Sinceramente, non so se di questo gli vada fatto merito oppure no, una riflessione al riguardo ritengo non sia semplice.
Mi viene in mente un vecchio racconto di Sandro Veronesi in cui, l’autore, si immagina di assistere il padre malato di tumore. Un giorno, lo trova davanti alla tv a vedere una stupida trasmissione e, stupito, gli chiede il perché, considerando di non aver mai visto il proprio padre lasciarsi andare così. Questi, risponde che vuole lasciare il mondo nella convinzione che sia un posto orribile da vivere.
Ecco, forse, noi, per vent’anni, abbiamo cercato di crearci la certezza che questo nostro mondo sia un luogo terribile che è meglio abbandonare. Ecco perché siamo arrivati fino a qui.
L’argomento è complesso e richiede un’analisi non superficiale come questa; chiedo scusa se non riesco a scrivere più che una sensazione ma credo che sia anche la necessità di rifuggire da tante brillanti esegesi del caso dalle quali è veramente impossibile astenersi.
La nostra puerizia ci obbliga alla condizione distopica delle nostre esistenze e, per quanto mi riguarda, sapendo che per saldare quel conto dovrò ancora mettere la mia mano nella mia tasca, continuerò a identificarmi nel figlio del racconto, incredulo, nonostante l’evidenza bastarda, di come ci si possa rassegnare alla convinzione che questo mondo faccia schifo.























 

 

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