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L’impudenza della verità

di Massimiliano Forgione - 11/02/2014

Ermanno Olmi, ottantadue anni, sta lavorando al suo 15-18. L’Italia in guerra, storia di una trincea durante la grande guerra. Mario Monicelli, prima di porre fine ai suoi giorni, licenziava il suo ultimo film Le rose del deserto, storia di un ospedale di guerra dell’esercito italiano in Libia, durante la campagna prima della grande guerra.
Due esistenze piene di vite, tante, diverse, danno il lascito di una visione fratricida della storia; un po’ come a dire, da lì veniamo e verso lì stiamo andando, o forse, non dimentichiamo quello che è sempre stato.
C’è un realismo storico negli uomini di una consistente età (non solo anagrafica ma soprattutto esperenziale) che esercitano il pensiero attraverso una forma d’arte che impone un rispetto silenzioso. Lo stesso che avvolge nell’intervistare Luciano Canfora. Quando la conoscenza è vasta, gli accidenti umani, pur rivelandosi nella loro inconsistente, ripetitiva, noiosa vacuità, lasciano meno disarmati, perché collocabili nella loro effabile caratura epistemologica.
Il professore ci parla di una realtà conoscibile nella sua plausibile essenza solo attraverso un inseguimento faticoso. Quella fatica che tutti dovremmo fare per non viverla più come tale. Mentre è evidente la svendita collettiva dell’anima a chi da quella fatica dispensa per renderci tutti interpreti della perpetrabile eterna caccia alle streghe.
Vivere assume sempre più l’impalpabile inadeguatezza che si prova quando si devono formulare delle condoglianze, o degli auguri, ossia l’estraneità che si vive nel non riuscire a partecipare ad un rito collettivo fatuo e vacuo.
Tutti abbiamo una vita devastata, ammetterlo darebbe la sensazione di poter farci su del sarcasmo, sicuramente smarcare l’assedio di quanti recitano la quotidianità indossando una maschera che crolla di fronte al primo momento in cui è inevitabile la necessaria nudità. Con buona pace per il lavoro degli psicologi nei confronti di questi castelli di falsità, tesi a costruire barricate a difesa del posticcio, nell’utilitarismo che non contempla la vitale destrutturazione.
Questo paese morirà di falsità e, per dirla con le parole di Luciano Canfora:
’l’uomo nuovo: cioè, il suddito consumatore-arrampicatore frustrato, invano proteso a desiderare e a mimare modelli di vita inarrivabili. E’ lì la forma sublime, e quasi inaffondabile, di potere; ma anche – conviene non dimenticarlo – la limitazione massima della parola nell’età che a tutti promette il massimo di libertà di parola.























 

 

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