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La sagra dell'arte e della cultura

di Massimiliano Forgione - 27/03/2014

L’arte, la settima diceva il critico Ricciotto Canuto, e la cultura musicale più spinta hanno segnato il marzo bergamasco. Tra arte e cultura (chi realmente sa cosa siano avanzi!) anche la città di Bergamo ha avuto la sua abbuffata annuale. Tutta concentrata tra l’oblio del prima e del dopo.
Andrebbe detto ai delusi per la mancata nomina a città europea della cultura 2019, soprattutto a quanti hanno presentato ricorso contro questa ingiustizia subita.
Comunque, a marzo e solo per marzo, Bergamo da anni è presidio di cultura (e questo è un fatto), prima ancora che la politica se ne accorgesse e, visti i numeri delle grandi partecipazioni, ci mettesse sopra il cappello con molto presenzialismo e pochi soldi al seguito (e anche questo è un fatto).
Prima della grande abbuffata locale (Film Meeting e Jazz Festival), l’Italia tutta è stata potenzialmente investita da una scorpacciata luculliana che, nel concreto dei giorni a seguire l’evento, è stato niente più che un antipastino indigesto tra il non capire, il non gradire e la nausea collettiva.
Insomma, l’oscar a La grande bellezza, è risultato proprio indigesto. Così, l’italiano diventa critico, del nulla, attanagliato da questa difficoltà, terrore, di analizzare la vera materia di cui è fatto. Parla attraverso un passaggio di frasi fatte per continuare a imbellettare una sostanza melmosa che è bene continui a non venire in superficie. E’ il ‘bla bla bla’ di questa grande vuotezza che a tanti serve per rifuggire dallo specchio della ‘grande bellezza’.
Certo che urtica un film così, svela la sostanza di cui siamo realmente fatti: ‘delle caramelle di merda, ricoperte di cioccolato.’ (Giorgio Gaber)
Ma occorre veramente dire che La grande bellezza è un grande film perché ci svela l’ovvietà che, in quanto nascosta nel costume italiano, appare grande quando ci viene spiegata? Non riconoscere ciò è grave perché significa allontanare lo spettro della propria condizione, rifiutando di riconoscerla, proprio perché si è accettata.
E’ solo un anello che si restringe o allarga, ma stiamo parlando della schiavitù delle persone, della storia di sempre, incapaci della libertà e di ribellarsi al proprio carceriere.
Tutto è pieno e non c’è spazio per niente. E gente che sappia vivere il vuoto perché della certezza del colmo c’è ovunque superfluo, ce n’è sempre meno.
Chi scrive è parte dei processi descritti, non è parte giudicante. Non c’è nessun piedistallo, solo un’incontenibile esigenza di capirsi e condividere. A nulla serve l’evocazione della presunta superiorità, altro espediente necessario per vivacchiare.
Scrivere è come muoversi tra macerie di sentimenti, facendo bene attenzione a dove mettere i piedi per non calpestare i corpi morenti.
Nel marzo bergamasco abbiamo sentito artisti e una voce dell’organizzazione guidati dalla certezza che l’intervistato educa chi intervista e chi intervista si appropria delle competenze dell’intervistato, restituendole e diffondendole.
Questo modello di comunicazione si iscrive nell’etica professionale.























 

 

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