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Cultura, governi e genti

di Massimiliano Forgione - 10/04/2014

Erano i tempi della candidatura di Dario Fo a sindaco di Milano, parliamo di otto anni fa; ed io ero abbastanza persuaso che la cultura potesse diventare forma di governo, che ci fossero reali possibilità di pensare ad una politica che avesse il coraggio di assumere su di sé e garantire l’unica, vera, incontrovertibile ossatura costituzionale di un popolo: la sua formazione culturale. Ci ho creduto e indagai quella possibilità. Tra sostenitori per credo, altri per simpatia e altri per moda, l’entusiasmo prodotto attorno a quell’utopia non andò oltre il 20%, forse.
Ingenuità di chi è stupido e si ostina a credere e non riesce a togliersi il ragazzo che alberga nel corpo che incomincia a mostrare i suoi anni.
Io so che c’è un popolo silenzioso che alle prossime elezioni europee si farà sentire. So anche che è numeroso. Che non si foraggia di pattume televisivo e mediatico ortodosso. Che non crede alle false facce incipriate che fanno sempre finta di niente. Che hanno la nausea della via di mezzo ‘Made in Italy’ e che ha necessità di polarizzare tutto. Che sfugge ai sondaggi. Attenzione!
Perché lo scarto tra chi insegue la ‘sua’ cultura e chi ci governa è abissale, incolmabile. Perché se è vero che la condizione del diseredato che cerca di non farsi deprivare del tutto è il continuo cambiamento, è altrettanto reale che questo è quanto di più sgradito alla maggior parte delle persone. Vivere il presente non è tanto diverso dal leggere un romanzo tardo ottocentesco, dove personaggi bisognosi d’aria si barcamenano in società asfittiche.
Le genti continueranno ad essere governate dai ‘renzi’, ottanta euro valgono ben un acquietamento delle coscienze. E’ triste riconoscerlo, ma oggi, questo ciarlatano di turno, è quanto di più avveniristico la società italiana si possa permettere.
Lo scarto tra la politica e quel fisiologico 20% di dissidenti del pensiero unico che caratterizza la società monolitica, è lo stesso che esiste nelle scuole, dove vi è una classe di insegnanti ortodossi, molto preparati sui prodotti notevoli, al doppio, al triplo, su equazioni e disequazioni; che valutano insufficienti gli elaborati dei loro studenti senza aver mai insegnato loro a scrivere, ma che spendono il loro tempo ad analizzare, chessò, Carducci; e i ragazzi, sempre più lontani, sempre più invalutabili, inseguiti con voti al ribasso pur di contenerli (si chiama: dispersione scolastica) e non dichiarare fallimento (si dice: garantirsi il lavoro).
Il punto è che quel fisiologico 20% si allontana sempre di più, diventa insondabile nella sua intimità, pur incorniciato statisticamente, vive la società e rimane nei sondaggi, non si scandalizza più e continua ‘la schiuma dei giorni’, come i ragazzi che nella scuola fanno finta di accettare 'la normalità eterna'.
Di contro, all’ortodossia si sta opponendo un’eterodossia vana e fatua, di chi sembra aver rinunciato a tutto, come i fuoriusciti della scuola, in attesa di un luogo, un momento, in cui non rimarrà altro che ripiegare, ognuno su se stesso. E’ questo lo scarto ferale di cui la nostra politica è colpevole.
Desiderosa di sopravvivere a se stessa, si barrica a 80 euro al mese, asseconda il dissenso fisiologico e brucia il terreno che dovrà percorrere. Un Attila moderno, che ha già segnato il confine del proprio orizzonte. Oltre, non si va!























 

 

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