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Soldatini di piombo

di Massimiliano Forgione - 13/11/2014

L’animosità caratterizza le condotte delle persone, diventa comportamento e parte costitutiva degli individui, nega la dimensione del racconto, dell’unica prospettiva attraverso la quale è possibile tenere uniti i fatti e le persone.
Sempre più insegnanti, per affermare un ruolo, ormai tanto indifendibile quanto indefinibile, utilizzano in maniera impersonale la frase: “Ma io non faccio la psicologa, sono un’insegnante”, allontanando così il coinvolgimento emotivo, negando l’empatia, canale privilegiato perché qualsiasi tipo di apprendimento possa esistere. Eppure, psicologia, pedagogia, sociologia, dovrebbero rientrare nel curricolo professionale del docente, che solo si può definire tale, se crea e cura la dimensione del racconto. Questi stessi insegnanti, allontanando le ‘gie’, volentieri si immedesimano nel ruolo dell’aguzzino, di colui che è pronto a sanzionare e punire (anche attraverso il disinteresse e l'approssimazione).
Niente di diverso dalla deriva umana dei tanti che negano le ‘gie’, il logos, rinunciando di fatto alla possibilità di capire l’origine dei comportamenti, dei pensieri, rinnegando la relazione, la necessità di sanare i conflitti, di creare spazi liberi.
Insomma, la lusinga punitiva è il male del nostro tempo che veste di abiti non propri, che affibbia luoghi comuni che diventano il nostro linguaggio, il nostro modo di essere.
Non salva questo umanitarismo allargato, utile solo a ripulirci dal fondato sospetto di essere delle carogne. ‘Essere giusti su un metro di terra’ (Gaber), limitare il proprio campo d’azione al proprio spazio vitale, ci salverebbe dalla dannazione del ‘leader’ e ci renderebbe realmente responsabili delle conseguenze di ciò che quotidianamente siamo.
Viene da chiedersi cosa ne sarà di questa società, dove anche gli insegnanti si sono rassegnati alla funzione statale, alla burocratica conduzione giornaliera del proprio operato.
C’è una rabbia in gestazione perché manca chi potrà mai risarcire i nostri adolescenti di una conoscenza acquietante, quella che dà il sollievo che caratterizza la consapevolezza di aver speso gran parte del proprio tempo ad apprendere cose false, che fa giungere ad una pace lisergica in grado di dismettere comportamenti e discorsi inutili.
Certo che si sta creando una avanzata società schiavizzata, la plumbea visione pragmatica sta impedendo, cinicamente, e progressivamente, di rimanere con la propria personale cultura, la sola che non permette a se stessi di cedere il passo al potere senza resilienza, a non dismettere mai la riflessione, ad avere sempre un libro in mano o, nella peggiore delle ipotesi, a portata di mano.
In chi più in chi meno, è evidente una sorta di compromesso d’equilibrio tra la finzione e la verità. Si potrebbe definire: il personale ‘compromesso sociale’, ma, in fondo, è soltanto una deprecabile necessità di ‘sopravvivenza personale’, perché, tra i più avveduti, se solo ci fosse una tendenza totalizzante verso la verità, l’unica strada percorribile, sarebbe quella che porta dritta al suicidio.
Difficile pensare che ormai si possa più scegliere, solo gli stolti ne sono ancora beotamente convinti. Qui si tratta di avere la sola possibilità di vivere una qualsiasi condizione. Presi come siamo, dalla tanto ambita serenità che nega qualsiasi crescita, agiamo tutti senza più una ideologia (anche qui la negazione del logos); come i nostri politici, siamo tutti diventati giocatori d’azzardo di professione.
E abbiamo trasformato l’amore in un’azienda, a volte, una multinazionale, che licenzia, delocalizza e si snatura, al solo scopo di trovare convenienti alleanze di convivenza strategica.























 

 

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