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Avanzate interlocuzioni

di Massimiliano Forgione - 10/01/2015

Dopo i fatti di Parigi e le tante analisi ascoltate, si fa più forte l’esigenza di non dimenticare l’insegnamento di una nuova storia che, proprio grazie a internet, ha incominciato a circolare e che non possiamo, ingenuamente, rinnegare quando qualcosa di tragico avviene, suscitando il naturale bisogno di ritrovare una sicurezza fatta di certezze manichee e senso di comunità.
E qui, evidentemente, è utile tornare a parlare della separazione tra ‘io sociale’ e ‘io intimo’. Intimamente sappiamo che il torbido è ciò che ci caratterizza ma, socialmente, è dura ammetterlo, ecco perché sentiamo la necessità di rifarci a luoghi comuni quali: ‘sono Charlie’, ‘siamo tutti francesi’, ‘c’è bisogno di una guerra’. In momenti come questi, lo sgomento della solitudine appare in tutta la sua insopportabilità, così, dopo aver vissuto una vertigine di ribellione cibernetica, torniamo tutti ad essere dei bravi liceali, che hanno appreso bene la storiella insegnataci a scuola, quella che non fa guardare dentro noi stessi e avere il coraggio di esternarci fino all’estremo.
C’è bisogno di interlocuzioni forti, il pensiero non può fermarsi all’interpretazione semplice, c’è tutto un mondo che verrebbe meno qualora così fosse. Se prendiamo in considerazione i fatti della politica ladra italiana, ci rendiamo conto che la semplicità delle analisi è tale che la miglior cosa da fare è proprio non parlarne e, magari, agire perché il malcostume venga deposto dagli scranni del Parlamento. Ma l’intellettualismo oscurantista travalica e si fa analisi internazionale, anch’essa bieca, scialba, priva di visioni che vadano al di là di semplificazioni isteriche.
Così, cresce la necessità di non mettersi sullo stesso piano dell’interlocutore.
Il dolore di questo mondo è pieno di sarcasmo, perché trova la propria radice esattamente nella mancanza di un’interlocuzione adeguata.
Non è questione di essere in pace o in guerra, il mondo è sempre stato questo e sarebbe sufficiente riconoscerlo. Ci sono guerre combattute quotidianamente e una pace da dover costruire costantemente. Ecco perché lasciarsi istintivamente andare ad affermazioni quali: ‘Io sono Charlie’ e altri luoghi comuni è non solo riduttivo, certo istintivo e in molti casi genuino, ma deleterio e appannaggio di quanti certi accadimenti li interpretano per mestiere e dai quali cercano di trarre giovamento. Proprio la consapevolezza dell’esistenza del torbido che si agita dietro questi avvenimenti ci dovrebbe tener lontano dalla facilità istintuale dell’aggregazione facile, renderci capaci di uno sdegno decisivo e risolvere definitivamente il nostro rapporto con queste stanche perifrasi sociali.
Ma ci può essere affermazione più beota di quella del nostro presidente del consiglio?: ‘Siamo tutti francesi’, detta in questo periodo storico, dimostra tutta la natura immatura e incosciente di questo ragazzino al soldo di un corrotto. Renzi il raccoglitore degli aforismi del mondo ha proferito la frase più stupida in assoluto.
Senza una psicologia personalizzata applicata a tutti, quelle piccole manie che ci caratterizzano, daranno sempre sfogo a individualismi ed egoismi che diventano vere e proprie forme di isteria collettiva.
Fa sempre piacere vedere gente che manifesta o, silenziosamente, si riunisce in piazza quando sente di subire delle ingiustizie, quando si sente attaccata nella propria dignità. In questo, i francesi di Parigi sono sempre encomiabili; in Italia, solo a Bologna c’è stato un assembramento solidale. Fosse successo in Italia un fatto così grave non ci sarebbe stata la stessa reazione. All’italiano è stato fatto di tutto, è stato ridotto alla pena di un intellettualismo sterile e onanistico; tutto ciò che può fare, ridotto com’è, è aggregarsi malinconicamente per la morte di un cantante.
Ma questo stato di cose, al di là delle semplificazioni da spot pubblicitario frutto di retaggi culturali inamovibili, non cambierà se non ci sentiremo tutti iracheni, siriani, ruandesi, palestinesi e se non manifesteremo affinché tutte le atrocità continuamente perpetrate ai danni di tutti i popoli cesseranno di esistere. Solo smettendola di avere la pretesa di certe identificazioni e non di altre riusciremo a non dare bordone a coloro che con il mondo giocano e che hanno eserciti di politici e portaborse certo non più numerosi di noi.
Insomma, contro chi manifestiamo, contro chi scendiamo in piazza? Siamo proprio sicuri che il nemico attuale sia solo il pazzo fondamentalista islamico e non anche il mio governo?, la mia economia?, la mia scelta di far finta di nulla fino a che il kalashnikov non venga a stanarmi?
Sarebbe stato bello vedere lo stesso sdegno giornalistico quando venivano preparate le guerre delle menzogne, i genocidi africani alimentati con le armi occidentali. Sarebbe sano se ognuno di noi si chiedesse da dove proviene il proprio benessere, e qual è il lavoro occulto delle banche, le stesse che hanno le loro propaggini nelle nostre tasche attraverso bancomat e carte di credito.
A proposito di luoghi comuni, certo che il nemico è in casa, ma perché?, avevamo bisogno di questo attentato per riconoscere che è così? E le tragedie familiari? Basti vedere la paura che i bambini hanno degli adulti. E la povertà indotta in una certa Europa dalla Troika? Cos’è? Un nemico esterno?, una minaccia che viene da lontano?
Ridotti come siamo si potrebbe fantasticare una dittatura illuminata, certo un ossimoro, ma tra tante soluzioni brillanti, perché non metterci anche questa. In fondo, cosa ce ne facciamo di questa democrazia imposta in cui la discussione è piena di tanto inutile rumore.
E quante inutili voci si sono levate per mettere in discussione l’efficacia satirica delle vignette di Charlie Hebdo; ebbene, anche qui, siamo di fronte alla necessità di dover parlare e scrivere a tutti i costi. Molte di quelle vignette sono comprensibili solo se si ha una conoscenza più o meno approfondita della cultura francese. E allora, che a dire 'Io sono Charlie' sia solo colui che quella satira la possa realmente inglobare.
La corruzione che denunciamo non è diversa da quella che è la nostra sostanza. Viviamo delle nostre contraddizioni e ce ne guardiamo bene dal liberarcene, perché è quanto ci torna utile nei momenti di debolezza, di smarrimento.

Per la vignetta, grazie a:
Alessia Erre
MAGMA Studium























 

 

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