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La delega in bianco

di Massimiliano Forgione - 27/06/2015

Nelle recensioni non vanno mai fatti paragoni con lavori altrui e altre possibili forme di espressione. Vige la necessità di scrivere, soltanto, delle specificità dell’opera dell’autore che, attraverso di essa, si esprime.
Visione lineare e rispettosa del compito che viene assunto, in cui, dire no è come dire sì, nessuna differenza, in quanto è la forza della motivazione che conferisce valore al trattato in questione.
Un atto di fiducia al quale l’artista si espone, più o meno consapevolmente, sviluppando, se di vero artista si tratta, la propria personale capacità di seguire la propria narrazione, nonostante i pareri favorevoli o sfavorevoli di pubblico e di critici più o meno capaci.
Anche nelle forme di convivenza societarie vige un atto di fiducia, meno generoso e disincantato di quello degli artisti, sempre pronti a buttare lì qualcosa, senza aspettarsi e aspettare che cresca il frutto del proprio magnanimo atto. L’importante è gettare, confidando alla diffidente mano tesa, l’ardire di fare, di quell’atto, qualcosa.
L’atto di fiducia destinato a regolare le relazioni tra le persone porta con sé gli stessi valori e principi della delega in bianco con cui, in una democrazia fallita, il parlamento cede al governo la propria azione e il suo intero impianto ideologico.
In una società in cui gli spostamenti delle persone diventano possibili nel momento in cui, le stesse, individuano un bastone umano che le sorregga, difficilmente si può immaginare il cambiamento, che avviene nel momento in cui si è disposti a contemplare l’idea del vuoto.
Questa condizione ci dice che non siamo cittadini mai. E non lo siamo nella dimensione politica, civile e sociale, perché non lo siamo, innanzitutto, in quella emotiva.
Ognuno porta a spasso la propria personale gabbia d’acciaio, alcune di esse riproducono scafandri immaginari e vere e proprie motrici da scenari di guerra. Si tratta della difesa della personale sopravvivenza in cui regna una assoluta confusione delle sfere del vivere. Quella emotiva, resa afona dalla nostra mancanza di chiarezza, travalica e invade quella lavorativa; quest’ultima, invasa dall’analfabetismo dei sensi, travalica in quella sociale, con le conseguenti turbe che rendono invivibili gli spazi comuni.
Solo gli amanti sono disposti a parlarsi chiaramente. Sono i carbonari di questa società ostaggio di una dominazione omologante che ripropone ciclicamente il proprio perbenismo estetico. Ma queste narrazioni rimangono clandestine e non riescono a governare la disciplina della rettitudine del pensiero, della libertà, la sola che dovrebbe stare veramente a cuore.
Nella reiterazione della delega in bianco, gli amanti vivono le delusioni come una liberazione. Perché è nelle delusioni che alberga la conferma delle illusioni, di un’arte capace di generare la vita idealizzata, rendendo immuni da una vita pratica in cui regna lo squallore della sopravvivenza.























 

 

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