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La contropartita

di Massimiliano Forgione - 30/08/2015

Il Sud è sempre stato merce di scambio. In questo processo di grecizzazione del meridione vi è la solita vecchia forza conservatrice imbellettata di nuovismo che spaccia per riforme la restaurazione più agghiacciante. Tutto passa per fiducia e il baratto sociale sono le assunzioni (vedi scuola e sanità). La gente, disperata, prende tutto, non ancora cosciente che il Job(s) Act significa cancellazione dello statuto dei lavoratori e che, contratto a tempo indeterminato, di tale, ha soltanto lo stato di precarietà e la licenziabilità in qualsiasi momento con una mancia di quattro soldi.
Ora, devo parlare in prima persona, perché ho la certezza di vivere il mio degrado solitario in mezzo a quello collettivo. Purtroppo, la questione non è più la presa di distanza dal luogo comune. Nessuno è esente da ciò. Rimane solo il riconoscimento di questo. Ma è ben poca cosa e non porta a nessuno spostamento. Ora, io non sono né De André, né Pasolini, né Gaber, non ne potrei mai essere all’altezza, ma non possiedo neanche quella bassezza tale da far sembrare che non siano mai esistiti.
Ecco perché ho deciso di suonare la mia musica (che non è la mia), leggere la mia letteratura (che non è la mia), guardare il mondo con i miei occhi (che sono i miei che riflettono mondi fin troppo vissuti).
Il fallimento artistico degli individui (l’incapacità e il disinteresse di esprimersi) è la vera fonte di infelicità e mancanza di appartenenza a se stessi.
Lo dico perché, attraversando l’Italia, a qualsiasi latitudine appare chiara la necessità di richiamarci tutti ad una spersonalizzazione, ad una necessità di fare massa senza essere più individui. Viene da chiedersi cosa ne sarà, ora che l’estate finisce, di tutti i baveri delle polo alzati a propinare le scritte più insulse, di tutti i borselli a tracolla e delle maglie aderenti, delle pelli scure tatuate, audacie italiche di fiere rotondità rivendicate.
E ancora cosa ne sarà di un’idea politica rispettosa solo del populismo afasico (ormai parlano le scritte delle magliette) in cui tanti voti M5S non esprimono la presa di coscienza di un cambiamento necessario, bensì il dramma di sentirsi rigettati dall’eterno sistema familistico e nepotistico nostrano.
Io, come tanti del passato, bevo (e prendo coscienza del mio alcol) per non vedervi in quanto obbligato a farlo. Sopirsi ha il senso della necessità di trovare una qualche sopportabilità, perché in lontananza tutto è migliore o quantomeno tutto sopportabile e, in mancanza di quella geografica, non rimane altro che quella artificiale.
In questo girone lagnoso in cui tutti parlano dei propri problemi come se fossero gli unici, in cui gli occhi di tutti portano a spasso la stanchezza tipica delle coppie che non hanno niente da dirsi e ognuno guarda altrove: una persona, un’auto, una casa, un vestito. In quello sguardo, c’è tutto il desiderio di un’altra realtà e tutta la stanchezza della delusione di non avere il coraggio di conquistarsela.
Non c’è niente da fare, se non tornare ai nostri autunni sicuri, abitudinari, anche per chi ha avuto l’estate più incerta e volutamente avventuriera. Non vedo quale limite sarebbe più invalidante di questa sospensione illusoria.























 

 

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