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La valigia di cartone

di Massimiliano Forgione - 09/01/2016

Uno spago molto più resistente di quello che avvolgeva le valigie di cartone dei meridionali che si spostavano al nord negli anni del boom economico lega ancora quella dei tanti che vivono un esilio post moderno, lontani dalle loro terre di origine, che transumano nelle feste comandate, su aerei preferibilmente, mal che vada su treni e automobili più veloci.
A parte la modernità consegnataci dall’industria pesante e tecnologica, il simbolo iconico di un contenitore fragile, pieno di un ‘necessario’ difficile da trasportare e tenuto insieme da un filo di spago, rappresenta la metafora perfetta di un bagaglio ingombrante che alberga definitivamente nelle viscere dei transumanti.
Il contenuto di questa scatola è assicurato alla stiva interiore delle nostre esistenze da uno spago di qualità eccellente, nulla potrà mai rigurgitare dal suo interno in maniera definitiva, si muoverà dentro di essa fino alla fine di queste; creerà dissidi, incomprensioni, rimproveri, rivalse, animerà rancori e sfoghi, ma si ricompatterà nella ripiegante solitudine di quando il calendario del nuovo anno, inesorabilmente, porterà a ristabilire le necessarie distanze geografiche tracciate tra questi emigrati moderni e le proprie famiglie.
Un acquietante iato di svariati chilometri che ha valenza per entrambi i poli della tenzone insita alla convivenza domestica stessa.
E non è più questione di meridionalismi o di appartenenze, perché l’unico vero luogo da rivendicare rimane il proprio personale spazio fisico, dove la convivenza con la valigia di cartone sia sostenibile, riconoscendo che nessuna suggestione potrà in futuro mutare quanto negli anni si è incancrenito.
Evidentemente, nelle famiglie determinate ed impostate nel modello che la Chiesa e la Democrazia Cristiana hanno voluto che l’Italia avesse dagli anni sessanta in poi, non solo s’è castrata una comunicazione veritiera ma sono, esse stesse, diventate tanto violentemente deterministiche nella loro difesa, quanto coloro che le hanno create.
Nel tempo, l’assioma che recita l’importanza della comunicazione, è stato insinuato negli ambienti domestici, già provati da questo paradigma calato dall’alto, attraverso il mezzo televisivo che ha ridotto a materia sempre più truce e squallida la sua rilevanza. Professionisti di un nulla sempre più artificiale e ridondante hanno segnato l’adultità di una generazione di genitori e ora ne accompagnano le senescenze.
La vera comunicazione, quella a cui un’intera generazione ha abdicato, da se stessa e dalla propria prole, con la sua possibilità di essere, a volte più, a volte meno efficace, ma sicuramente originale e veritiera, avrebbe potuto cancellare definitivamente l’immagine di un bagaglio a mano che avrebbe avuto ragione di esistere solo nella storia economica e non affettiva di questo Paese.
Nella funzione educativa surrettizia delegata alla televisione, un’intera generazione ha barricato i propri silenzi e barattato la propria necessità di raccontare con una comunicazione qualunquistica fatta da altri che non ci conoscono e a cui, di noi, non interessa nulla.
Nessuno, in regime di soddisfazione, si sognerebbe mai di incolpare il prossimo della propria infelicità. Anch’essa ha le sue ragioni storiche, sociali, psicologiche. Anch’esse degno contenuto di quella valigia di cartone che, sappiamo, è in grado di trasportare di tutto.























 

 

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