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Consonanze, dissonanze, assonanze

di Massimiliano Forgione - 05/09/2016

Se ognuno entra nelle vite degli altri con le proprie dissonanze, si crea un infinito sistema di inesauribili incomprensioni.
Ciò non significa che le consonanze siano rassicuranti e auspicabili; quante volte sulla solida struttura di certezze si creano le più incancrenite situazioni di invivibilità e di insofferenza.
Sul dizionario, alla voce ‘consonanza’, il significato del linguaggio musicale è: caratteristica di un intervallo o di un accordo valutato gradevole.
La dissonanza, in musica, è: l’effetto poco gradevole di disarmonia generato dall’accostamento di determinati suoni o accordi.
L’apprendimento forzoso della struttura musicale semplice, quella delle canzonette, dei motivetti, rimanda ad un genere sociale semplicistico e solido che, lontano dalla struttura articolata e complessa, per esempio del jazz, rende inabili all’improvvisazione, alla possibilità di creare l’assonanza.
Sul dizionario, alla voce ‘assonanza’, tra i significati c’è anche: accordo, armonia.
Siamo sistemi dissonanti ed è necessario conoscere bene le strutture di queste armonie disarmoniche perché non è certo la semplicità delle canzonette fatte di ripetizioni rassicuranti che ci mettono al riparo dal caos quando sicuro è solo il suo momentaneo allontanamento e futura, frustrante, a rischio di deriva patologica, incapacità interpretativa.
Nell’asservimento spontaneo fatto di dipendenze tecnologiche e perifrasi mediatiche che costituiscono la spina dorsale delle nostre società falsamente democratiche, rispetto alle dittature dichiarate, a cambiare è soltanto un dato estetico.
Se nella dittatura l’asservimento si esprime attraverso l’impiego troglodita del muscolo e del cervello, nella democrazia, il primo dev’essere depilato e tatuato, il secondo privo di alcuna resistenza e ben compromesso da una tecnologia rincoglionente.
Ora, per sillogismo, se consideriamo che i nuovi rivoluzionari sono coloro che si immolerebbero soltanto per la causa virtuale, si può capire perché siamo socialmente fottuti.
C’è una vita che affascina e allo stesso tempo provoca rabbia, sgomento, invidia: quella dell’artista.
L’osservatore ne è attratto, ma si tratta di un movimento fine a se stesso perché dura e difficile è vivere la quotidianità dell’artista. Di qualcuno che è pervaso dalla consapevolezza dell’eterno stato di guerra e per questo è disilluso, interessato solo al vero e che, a fronte della convenienza degli altri, trova la propria sopravvivenza.
Quell’artista si finisce per guardarlo con disprezzo e odiarlo perché non è interessato alla poltiglia mediatica, alla mole artificiosa del sentito comune, perché in sé vige la totale indifferenza e non più la rabbia che caratterizza la fase del distacco di un’anima fatta di tante identità che riconducono alla stessa, unica, sola. Difficile improvvisare con l'artista.
L’assonanza del linguaggio moderno è la dittatura, oggi espressa nella sua nuova forma di servitù spontanea, un motivetto idiota, buono per le eterne estati degli illusi; la dissonanza, una forma di resistenza e libertà che trova spiragli per continuare ad essere nelle improvvisazioni possibili degli artisti e di quanti si votano al fascino dell’insondabile vuoto della vita artistica, ormai buona neanche per essere guardata.























 

 

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