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La democrazia dell’Economia e l'Informazione

di Massimiliano Forgione - 14/01/2017

Qualsiasi scelta politica è declinata al benessere dell’economia e all’adattamento dei cittadini alle conseguenze dei paradigmi che si autogenerano. Difatti, quando gli aggiustamenti del liberismo tardano a concretarsi, si verificano quei disordini sociali che, ormai, trovano la loro malfatta manifestazione nella fuoriuscita di fette sociali dal suo tessuto: deviazioni silenziate perché non c’è più narrazione degna se non destinata a trattare della supremazia dell’economia.
Emile Cioran, filosofo rumeno naturalizzato francese, che la sapeva lunga sulle dittature politiche e democratiche, di François Mitterand riportava il monito di fine mandato (correva l’anno 1995); questi, da frequentatore dei salotti di Bruxelles e da osservatore e protagonista della nascita della nuova moneta comune (di fatto, l’euro fu la moneta di scambio che la Germania dovette accettare con le contraenti Francia e Inghilterra quale contropartita della sua unificazione), sapendo di morire per un fatale tumore alla prostata, poté permettersi di affermare che con lui scompariva l’ultimo dei grandi presidenti e uomini politici e che, da lui in poi, nei parlamenti ci sarebbero stati soltanto finanzieri e contabili.
Non c’è più la narrazione politica perché manca il soggetto, in assenza di ideologie il pensiero filosofico al servizio del cittadino si rattrappisce e la comunità si ritrova, inevitabilmente, a vivere la sorte di un qualsiasi cambiamento per moda e non per coscienza.
Fanno un po’ sorridere i moti fintamente generosi di quanti si prodigano per le accoglienze, per gli aiuti umanitari, emanazione consequenziale delle guerre umanitarie; le lavatrici delle coscienze sono sempre in funzione ed è quanto, nell’afflato volontaristico, crea la confusione odierna di non sapere più distinguere qual è il confine tra Economia e Politica e quali devono essere i rispettivi ruoli.
Nella fase più afasica della nostra civiltà occidentale, nel pieno della sua agonia, che coincide con il massimo grado di una comunicazione massiva che gira su se stessa, affidata ancora ad un tubo catodico che plasma le coscienze attraverso una verbosità fatta di una ripetitività squallida, misera, malinconica, inespressiva; nel periodo storico che esprime il protagonismo mediatico più approssimativo, dove tutti hanno il loro spazio autocelebrativo, attraverso i portali sociali siamo riusciti a fare arrivare le nostre immagini e le nostre frasi disadorne, trascurate, scialbe ad un pubblico di seguaci indolenti, greggi indistinti che proferiscono i luoghi comuni più aberranti che non permettono di distinguere un soggetto dall’altro: asserzioni omologate che si accompagnano a conformate facce inespressive. I sentimenti e le emozioni affidati a faccine e aforismi non sono altro che epitaffi cerebrali, in questa incapacità di parlare, guardando il nostro prossimo negli occhi.
Nel punto più alto di un vuoto ricolmo delle nostre scorie radioattive, senza l'ormai minima speranza di smaltimento, sarebbe necessario considerare che a governare i processi economici deve essere la politica, come un tempo, come fino a prima, parlando dell’Europa, del piano Marshall con cui gli Stati Uniti hanno acquistato gli Stati Uniti d’Europa.
Il suggerimento sarebbe di cambiare il paradigma sociale, prendendo a riferimento la lingua italiana nei termini di ‘spontaneo’ e ‘spintaneo’ e considerando uno spostamento individuale dal primo di matrice egoistica al secondo di natura altruistica. Forse, attraverso questo movimento collettivo si potrebbero costringere i finanzieri e contabili a relativizzare il proprio ruolo, spogliandolo della veste politica che non gli compete e ricreare una competente classe politica che non improvvisi ruoli economici o deleghi per incompetenza economica. Questo sì il grande conflitto di interessi.
Ma per far ciò, occorre che ognuno impari a rinunciare alla necessità del proprio protagonismo, dismettendo il problematico ruolo del volontario di tutte le emergenze e ad investirsi dell’inedito ruolo di volontario controllore della politica. Una sorta di cane da guardia del giusto operato dei nostri rappresentanti.























 

 

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