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Sotto il segno della libertà

di Albert Camus - 16/06/2017

L’intellettuale, questo randagio spelacchiato che la nostra società ora copre di disprezzo ora minaccia con la pistola in mano, si risveglia in piena notte, ritrova la sua fedele angoscia e compiangendosi si chiede: ‘Che cosa farò in questa galera?’.
In effetti, perché scrivere sull’attualità? Non lo obbliga nessuno, non un partito, non una chiesa, neppure, o pochissimo, il desiderio del tutto naturale di mettersi in mostra. Anzi, tutto tende a distoglierlo da questa idea: le sue opere, la vita breve, i suoi problemi, l’esperienza. E’ consapevole delle proprie insufficienze, sa che la sua ignoranza, già enciclopedica, assume dimensioni infinite davanti alla complessità attuale del divenire storico. Infine, essendo incapace, per natura e per vocazione, di mettere da parte l’ambiguità delle situazioni e degli esseri, non può accontentarsi delle oltraggiose semplificazioni che oggi rendono tanto facile il mestiere di giornalista.
Chi non acconsente alla morte dell’avversario e nemmeno a disonorarlo, che cosa farà in politica? Chi viene ugualmente ferito dalla destra e dalla sinistra, appena entrambe si esprimono su un problema che conosce un po’, chi sa che non esiste niente di puro, ma non per questo decide che tutto è impuro, perché dovrebbe darsi tanta pena a definire le sfumature quando tutti da lui si aspettano un taglio netto?
Per parlare più chiaro, chi prova disgusto per la società poliziesca come per quella mercantile, chi ritiene d’altronde che siamo sulla buona strada per la fusione di entrambe, a Est come a Ovest, chi per questo si rifiuta di ammettere che esistano boia privilegiati e vittime sospette e che si possa maledire a Ovest ciò che si applaude servilmente a Est, chi infine resta fedele alla causa operaia, ma non vuole farsi complice, nei suoi confronti, di nessuna mistificazione borghese o pseudorivoluzionaria, perché dovrebbe infilare sventatamente un dito tra l’albero e la corteccia?
Perfino nel suo paese, che lo fa soffrire anche se non può fare a meno di amarlo, vorrebbe combattere all’opposizione, senza scrivere niente che possa incoraggiare lo spirito di cedimento. Come può farlo davanti a una nazione lacerata tra mercanti che la possiedono e poliziotti che la desiderano, dove tutti parlano in nome di un popolo che tace, o che grida, sotto il peso eccessivo della propria miseria, solo per smentirli disperatamente?
L’intellettuale parlerà, con voce esitante, e lo farà invano. A lui non arriverà una risposta, ma un’imprecazione e la polemica più imbecille. A seconda di quello che dirà, del tema trattato, del proprio umore, aiuterà indirettamente i mercanti, favorirà senza volerlo i poliziotti. Farà così un pessimo servizio a quelli che ama e, per tutta ricompensa, gli toccherà sopportare, contro la sua stessa natura, di avere dei nemici. Con tutti questi guai, non farebbe meglio a scegliere il silenzio e quell’ironia che tanto aiuta a vivere? Così il nostro rognoso si rimette a letto, grattandosi le piaghe.
Ma ecco che rispunta il giorno e, insieme, un po’ di fiducia. Certo, è più facile tacere. Chi sta zitto, a quanto pare, non fa errori e non trae in inganno. L’unico guaio è di sentirsi rimproverare il proprio silenzio. Ma altrimenti sentirebbe anche le critiche per i suoi discorsi e, in certi casi, fatte dagli stessi di prima. Almeno il silenzio lascia intatto il tempo degli esseri, e della creazione. Chi non ambirebbe a una comodità del genere, se appunto tale comodità non fosse tanto difficile da sopportare? Perché significa comunque prendere posizione, accettare, con tutte le sue piaghe, la società così come funziona, autorizzare magari quello che ci porterà il domani. Come potrebbe giustificare i suoi (eventuali) privilegi un artista se non prendendo parte, allo stesso livello di tutti, alla lunga lotta per la liberazione del lavoro e della cultura?
La sua unica giustificazione sarà appunto quella di farlo al livello degli altri, privo di una superiore chiaroveggenza, immerso nella comune ignoranza. Ognuno oggi, intellettuale o no, spelacchiato o meno, contribuisce al futuro della propria nazione, della propria cultura, pur senza conoscere le leggi della storia e del mondo. E i più ciechi non sono gli ultimi, anzi! Se lo accetta, se sa stare al suo posto, senza cattiva coscienza, senza atteggiarsi a virtuoso o duro, uno scrittore può dare il suo contributo alla cosa pubblica: non può restarsene da parte.
Quando il giorno è abbastanza inoltrato, per quel poco che il sole si degna di mostrarsi, il nostro rognoso scopre finalmente che tutto questo presuppone una fede che lo giustifichi. Ma allora perché non parlare direttamente di questa fede, che è anche la mia? Passione dettata tanto dall’istinto quanto dalla ragione, rinsaldatasi nella storia nel nostro tempo, rafforzata dalle stesse disillusioni degli ultimi dieci anni, è questa fede, antica e nuova, che non ha mai smesso di sollevare l’uomo contro la propria condizione e di farlo andare avanti, correndo o trascinandosi, ma senza tregua, verso una dignità più grande e, al di là del benessere, verso l’onore di vivere. Questa fede è la libertà, la libertà folle come l’amore che viene detto tale, la grande passione carnale che, allo stesso tempo, travolge e giustifica tutto. Ma è anche la fatica spossante di tutti i giorni, per palesare i limiti dell’uomo e confrontarsi senza posa con la smisurata oppressione.
Non la rabbiosa e vuota licenza di distruggere tutto o l’irrisoria libertà di avere fame nel tugurio dove si vegeta, ma, qualunque sia la società che ci viene descritta, la libertà intransigente che sa rivendicare sempre la giustizia, così da riuscire a ottenerla talvolta. Ecco il segno, l’unico, sotto al quale può agire uno scrittore, a suo rischio e pericolo. A condizione che, senza accettare mai che la libertà sia in qualche modo umiliata, si sforzi, un giorno dopo l’altro, di darle il contenuto di giustizia senza il quale essa non sarebbe che un sogno crudele e umiliante. La libertà è un grido, seguito da una lunga pena, non un conforto, non un alibi. E una volta definita così, la si deve sposare senza riserve.
Per questo, nell’ora in cui, invece di essere sposa, essa si scopre tradita da tutti, addirittura nel campo che fino a oggi le era stato più fedele, non è forse male che uno scrittore, solitario e insieme solidale, esprima apertamente la sua convinzione meditata e dichiari di lottare liberamente, nei suoi articoli, per la libertà innanzi tutto.

Albert Camus
ottobre 1955























 

 

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