Il Mattatoio - Giornale indipendente


 

Editoriale

Notiziario

Intervista

Scienza e Ricerca

Il Rubricario
  - Spettacoli
  - Film
  - Libri
  - Musica

Conversazione con

Il Punto

Aforismi, riflessioni e bestiario

Ciclicità

Economia

eBook

HOME PAGE

 

 

Editoriale


La forza fragile

di Massimiliano Forgione - 03/09/2018

In un'Italia fuori controllo che sempre con più riluttanza risponde ai diktat delle élites che hanno trovato la loro roccaforte nelle sedi rappresentative dell'Unione europea, non mi glorierei di chi vola nei sondaggi. Da cittadino terrei a bada il politico attraverso l'espressione di un lecito e costante dubbio sulla fallacità e sull'opportunità del suo operato. La questione è sicuramente interna ma le propaggini che impongono un'analisi sganciata dalle vecchie categorie sono altrove.
Le ragioni per cui potrebbe innescarsi una grave crisi finanziaria sta tutta nella politica sovranazionale, intesa e gestita come una grande holding mondiale in cui i gruppi del potere finanziario, le cosiddette élites, conoscono benissimo i loro amministratori delegati (i presidenti di consiglio delle varie nazioni), in modo meno rilevante i sottoposti ai loro unici referenti (vedasi vari ministri e sottosegretari).
In questo senso, il sistema Italia, è un naufrago intercettato e tenuto in attesa di un possibile sbarco, in stato di quarantena nel porto Europa e sotto osservazione con la possibilità relativa di decidere del proprio destino. Insomma, si gioca una partita rischiosa e, allinearsi alle regole europee finora seguite dai governi precedenti o infrangerle e riprendere il largo verso un mare tempestoso, è il vero dilemma.
Di fatto siamo sotto commissariamento dall'entrata nella zona euro, inutile girarci intorno.
Con l'adozione dell'euro il paese Italia ha perso come sistema economico forte nelle esportazioni, perché le ha agganciate al marco tedesco, perdendo competitività (crollo delle esportazioni e importazioni care); hanno perso i consumatori italiani, vedendo diminuire il loro potere d'acquisto rispetto alle speculazioni dei commercianti. Gli stipendi e i mutui hanno avuto la loro ineccepibile conversione ma il microcommercio è stato appannaggio dei commercianti che hanno convertito la mille lire in un euro. Improbo il compito dell'allora governo Berlusconi di operare azioni di controllo affinché ciò non avvenisse. Avremmo dovuto essere noi cittadini ad agire nei nostri interessi, difendendoli. Ma ciò non avvenne, esattamente come non difese gli interessi della propria nazione chi ha obbligato il sistema delle imprese a continuare ad acquistare caro, a non essere più competitivo sul fronte delle esportazioni, rinunciando alla sovranità monetaria e quindi alla possibilità di svalutare la nostra moneta, a non poter vendere più in modo concorrenziale, agganciando la lira al valore del marco. Come il cittadino è stato impotente rispetto al cartello dei commercianti, allo stesso modo lo sono state le imprese italiane rispetto al cartello delle imprese straniere. Da qui il necessario commercio che si sviluppa e le delocalizzazioni che proliferano con e nei paesi dell'ex Europa comunista che ancora non hanno adottato l'euro. I cosiddetti paesi di Visegrad che non corrono il rischio della troika (l'amministrazione straordinaria di un Paese, il commissariamento) perché, pur non allineati, dispongono di una sovranità monetaria che si guardano bene dallo svendere.
L'emissione di denaro fresco con cui pagare i cari interessi del nostro prestito è terminata.
Quel 'quantitative easing' permesso da Mario Draghi finisce con la scadenza del suo mandato alla BCE in ottobre, mese in cui il nostro governo dovrà presentare la sua finanziaria per il 2019 e rendersi credibile agli investitori, coloro che acquistano il nostro debito.
Non sarà facile con le promesse elettorali che incombono, sulle quali si gioca la credibilità di questo esecutivo e che sono necessarie riforme strutturali che possono riportare una certa equità nel nostro paese che, dall'euro in poi, ha visto il tasso di povertà salire al 17,2% (dati Istat: 10,5 milioni di italiani su 75).
Così, mentre agiamo quali lembi delle varie casse di risonanza mediatiche di queste élites, discutendo in maniera grossolana su sbarchi sì, sbarchi no, se a favore o contro Salvini, se razzisti o accoglienti, l'economia, vero spartiacque della nostra condizione sociale, continua a rimanere il grande tabù dell'italiano medio.
Mi viene in mente mio padre quando, nel periodo della moda di esporre una bandiera della pace al proprio balcone o finestra, diceva: ''Ma io che non la espongo, vuol dire che sono a favore della guerra?''.
Quella parte politica più nera non si abbatte né essendo contro né includendola ma facendo meglio, essendo sinistra non a parole ma nei fatti. E la questione non è: tu da che parte stai? Perché la buona politica mette d'accordo, unisce e non dà alibi. Ecco perché la colpa di questo degrado, in cui siamo tornati a parlare a sproposito di fascismo e comunismo, è della sinistra che, negli ultimi vent'anni ha spudoratamente agito in favore dei gruppi di potere.
La forza di una democrazia è tutta nella sua opinione pubblica, quella formata dall'informazione, che non ha mai reso un buon servizio al cittadino. Settaria e di parte parla in nome e per conto di datori di lavoro invischiati con il potere più marcio e i suoi nomi altisonanti, i 'grandi giornalisti', soffrono dello stesso male di cui è affetta la classe docente della nostra scuola: un elitarismo snobbistico che ha le sue salde fondamenta nell'insipienza e nella supponenza.
In tempi in cui inizia un nuovo anno scolastico, sarebbe bello armarsi di una forza fragile, quella che sa ma che si nutre della follia di non dire. Una forza apartitica, apolitica, priva di ideologie, capace di ridare un senso durevole alle cose quotidiane e che ci restituisca un valore di appartenenza. Slegati come siamo persino da noi stessi solo un'informazione spoliticizzata, come vorremmo fosse la giustizia, potrebbe ridare forma all'individuo.
''Solo nei paesi in cui il potere gerarchico non è più legato al possesso delle cose, ma al conformismo ideologico, le parole riacquistano importanza, e la cultura, che non è vendita, non può più permettersi di essere deviante. Nei paesi capitalisti, invece, il sistema, cementato dalla potenza adesiva dei beni di consumo, accetta ogni idea, anche rivoluzionaria, purché possa essere venduta. Per questo non fa che aumentare la coesione del sistema ed è la dimostrazione del liberalismo ideologico della società che la permette.'' (Henri Laborit)























 

 

Immagini articolo


 
 
 

Il Mattatoio - Giornale indipendente