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Discorso sulla confessione e sulla generosità

di Massimiliano Forgione - 19/09/2018

Vige una guerra sociale che si manifesta nei matrimoni, nelle unioni, nelle relazioni con gli altri, che ci fa chinare il capo ed immergere in una realtà virtuale, desiderosi di abbandonare ogni contatto con la realtà, per non essere più sofferenti.
Le vittime senza dolore di questo conflitto planetario ormai non si contano più; le strade, gli ambienti coperti, pullulano di teste piegate in una corsa inarrestabile verso la condizione primitiva all'homo erectus.
La mobilità tra gli ostacoli della modernità che ambisce all'antichità è difficile per chi non distingue ciò che è moderno da ciò che è antico e che, semplicemente, è dentro la storia. Un presente fatto di parole, tante, confessioni generose, perché 'fuori della penna non c'è salvezza' e continuare a parlarsi, guardandosi negli occhi, è la grande scommessa. E se la storia è sofferenza poiché la conoscenza è dolore, ebbene, questa nostra storia è doglianza, afflizione, cordoglio.
Perché retta dalla comunicazione nella sua espressione farsesca e mascherata, in cui siamo tutti personaggi in cerca d'autore, purché si tratti di un copione che non faccia sospirare.
Allora diventa necessario, per colui che si ostina a non chinare la testa, relativizzare questa forma di sofferenza esattamente come qualsiasi altra, convivendoci dopo averla neutralizzata. Perché non può trattarsi di eliminare la conoscenza di questo cambiamento antropologico dell'animale uomo, equivarrebbe ad abbassare la testa, ma di abbattere il suo portato di dolore. E' un procedimento ulteriore che può diventare ultroneo esattamente come qualsiasi altro processo di studio e conoscenza, che per chi esigel continuare a stare nella storia, non può avere la pretesa di essere lungo e faticoso ma che permette di accomodarsi sul pieno e affidabile significato della vita che contempla, allo stesso modo, gioia e dolore. Ecco perché è utile e necessario farlo albergare in sé quanto più comodamente possibile. Un tumore con le sue metastasi da curare dolcemente affinché possa vivere a lungo e per il quale, sappiamo, che l'unica cura è la detrazione, il pedissequo, graduale, alleggerimento della propria esistenza.
Laddove l'uomo diventa sempre più fisiologico e non più ontologico, caricaturalmente efficace nella rappresentazione di un pensiero ad esclusivo servizio del proprio benessere, non si può vivere la vita archiviando ciò che ci è più spiacevole per andare avanti. Tutto è necessario in questa lotta senza quartiere e il dolore è solo materia da elaborare ed analizzare per poterla tenere a fianco, esattamente come la felicità, quando capita.
Quindi, un dolore che non è più tale perché è stato smontato, vivisezionato e convertito in apprendimento. Perché gioia e dolore è ciò di cui siamo fatti e non ha nessun senso esorcizzare quella parte che riteniamo la più nefasta, quando è soltanto una manifestazione della vita da accettare e con cui conviverci, che può essere piacevole perché non ci fa più paura ma ci aiuta a capire la nostra natura e quella delle cose. Che poi, per l'uomo solo, questa è una legge di vita assoluta e fondamentale perché per questi, l'apprendimento è tutto, senza, non ci sarebbe vita. Ecco perché l'uomo solo è un uomo completo, accetta le gioie e i dolori, la felicità e la tristezza, gli accadimenti positivi e negativi, riconosce tutto e dà ad ognuno di essi il suo giusto valore e peso e con essi vive senza farne differenza alcuna perché tutto serve alla propria forza, ad una vita che, egli sa, può contare solo su quella forza.
Bene e male, facce della stessa medaglia: la vita, in cui il risultato è un sempiterno zero a zero, con la certezza che si tratta di una partita persa.
Ecco perché questo confuso discorso sulla generosità e sull'imponderabile gelosia per la solitudine altrui, chiama in causa soggetti disposti a passare attraverso lo sguardo dell'altro e non sopra, affinché continui ad avere un senso pagare per le proprie ispirazioni, per la propria libertà. Per continuare a desiderare, a ricercare una felicità, appagando un desiderio. Per conoscere il piacere che è insito nell'appagarlo e il benessere che ne deriva dal renderlo appagato.
Per continuare a voler stare con il mio prossimo, senza chinare la testa.























 

 

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