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Non per ''una'' verità

di Massimiliano Forgione - 30/01/2020

Un posto è possibile conoscerlo solo vivendolo, la dimensione di turista consegna una percezione illusoria, boriosa, inutile.
Era da un po' che volevo scrivere della vicenda macabra di Giulio Regeni, rapito, torturato e ucciso, presumibilmente da agenti della NSA (National Security Agency) egiziana, visto che lì conducono le indagini dei due procuratori romani Michele Prestipino e Sergio Colaiocco. Quantomeno, cinque agenti sono i responsabili del pedinamento e rapimento del giovane ricercatore e attivista friulano. Cosa poi sia avvenuto tra quel maledetto 25 gennaio, giorno della scomparsa, e il 3 febbraio, giorno del ritrovamento del corpo del giovane sul ciglio dell'autostrada che dal Cairo porta ad Alessandria, spogliato dei suoi indumenti per inscenare un movente sessuale, è ignoto. Imperversavano le proteste contro il governo di Al Sisi, il generale presidente egiziano e, in un intrico di delazioni e relazioni fatali, la figura di Giulio fu associata a quella di un possibile collaboratore di un movimento sindacale di opposizione.
Non voglio riportare in questo scritto i dettagli delle indagini, allo stato attuale, il rischio è quello di incorrere in una sorta di agiografia tanto della vittima, quanto dei fatti. E poi, i diversi articoli e i contenuti di Wikipedia assolvono al dovere di sapere che ognuno di noi dovrebbe avere per quanto al momento è possibile conoscere. Ciò che mi preme è disporre di una, più sensazioni, per esprimere un disagio che ho subito colto, fatto anche mio perché mi appartiene, fa parte di me, sincerato attraverso una conversazione con i genitori di un giovane ammazzato in terra straniera. Giulio amava viaggiare e parlare le lingue dei posti dove si recava a soggiornare a lungo perché li voleva vivere attraverso i loro usi, le comuni abitudini. Giulio era curioso e avido di conoscenza di altre culture, perché la propria non gli bastava e nell'essenza meticcia dell'esistenza ritrovava una sempre rinnovata esigenza di esplorare le infinite possibilità della convivenza. Ebbene, questa necessità vitale legittima e libertaria gli è stata fatale. Perché viviamo nuovamente il tempo del sospetto e della chiusura e viaggiare è possibile soltanto nella modalità turistica, di gruppo, in luoghi protetti e da attraversare di sguincio. Triste presente quello di un tempo in cui non muoversi è più sicuro che farlo e il monito di chi incita a non invischiarsi, assieme alla sua diffidenza per chi contravviene alle avvertenze sicuritarie, sono legittimate ed erte a prudenza da prendere sul serio, altrimenti, vuol dire che "te la sei andata a cercare".
Giulio aveva più volte cercato lavoro in Italia, senza successo, perché troppo preparato e perché in questo Paese devi essere un mediocre per poterci rimanere. Così, avviene che un giovane capace, impegnato e coraggioso, viva e lavori nella terra di confine tra sicurezza garantita e legalità arbitraria. Avviene che, per una concomitanza di eventi sfortunati, il giovane che l'Italia non ha saputo stringere a protezione con politiche del lavoro degne, ci rimetta le penne. Ancor peggio che lo stesso Paese, per opportune ragioni commerciali e di buon senso istituzionale, non riesca a farsi restituire la verità sul perché Giulio sia stato sequestrato, torturato e morto per emorragia cerebrale (gli hanno letteralmente spezzato l'osso del collo).
Io non so cosa voglia dire perdere o guadagnare tempo. Per me, il tempo, si passa e basta. E da giovane amavo farlo all'estero, in lunghi soggiorni che mi dessero la vera conoscenza di un luogo, avvertivo il bisogno di restare, di integrarmi attraverso il lavoro e le relazioni. Avevo intraprendenza e incoscienza e riconosco che le situazioni pericolose, in quanto imponderabili, possono cogliere impreparato e sorridente. Per diversi motivi si è continuamente in ballo e non sempre è possibile saper discernere il confine tra ciò che è percorribile e quanto è sconveniente. Da persona mediocre sono tornato a vivere nel mio paese. A volte, dopo tanti anni, me ne rattristo ancora e provo un moto di profondo sdegno, disgusto, amarezza e impotenza per la triste sorte di un nostro fratello e l'incommensurabile dolore dei suoi genitori, per un accadimento molto deplorevole, ovunque fosse accaduto, ma la cui verità non può latitare per ragioni liberiste.
Questi sono i tempi di sempre in cui il merito non viene riconosciuto, ma sono anche i tempi in cui la dignità va nuovamente strappata e trattenuta con i denti, perché sempre meno sono i soggetti disposti a riconoscerla, a se stessi prima ancora che nel prossimo, e aumentano i figuranti che si identificano nell’atavico bisogno di mortificare il proprio simile, per quella stupida e immediata sensazione di sollievo compensatorio, tanto utile a nascondere la propria inadeguatezza.
I fatti di Ustica ci consegnarono l'espressione giornalistica, mutuata dal cinema, del "muro di gomma", correva l'anno 1991 e la verità su quella vicenda è una delle tante ferite aperte della nostra storia.
Nel 2016, un altro muro fu eretto e ci fa rimbalzare da quattro anni in un narrazione mefitica che serve a rendere ancora più magmatico e malmestoso il processo di verità su cui ogni comunità necessità fondarsi per esistere.
Dopo quattro anni siamo ancora lontani dalla conoscenza reale dei fatti; ad ora, solo mistificazioni e depistaggi a rendere ancora più densa la coltre della realtà piatta, priva di dignità, senza alcun colore, a parte quello di una "onda gialla" sbiadita, in quanto anche questa, una bella espressione da trovata giornalistica.
Verità per Paola Deffendi e Claudio Regeni, Pietà per noi.























 

 

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