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Richiamati alla vita da un microbo

di Massimiliano Forgione - 04/03/2020

Un virus ci confina ad una condizione di limite da osservare e ci consegna, in modo plastico, concreto, il dato di fatto che a tutti i costi tentavamo di occultare; messo al bando da ogni statistica, da opinionisti, dai sondaggi, da tutta una rilevazione sociale che doveva viaggiare al ritmo del capitalismo di cui, noi, siamo il pezzo continuamente sostituibile di questo ingranaggio enorme. La nostra fragilità non doveva trovare spazio nel dibattito pubblico.
La distanza da osservare rispetto al prossimo, le zone rosse e delle sue varianti più tenui, obbligano i migliori ad andare più adagio, addirittura a fermarsi. Quanta materia vera si può (ri)scoprire quando ci si ferma! Si potrebbe arrivare a connettersi con il prossimo, addirittura e in modo reale, perché il confino può risvegliare la necessità dell'aggregazione, per il bisogno che ogni uomo ha di sorridere e piangere con l'altro.
Ma, tra i tanti piaceri in possesso di chi per scelta, per privilegio, perché non c'è altro modo di vivere la vita, scontati nella quarantena della loro consistenza e presenza quotidiana, di un libro, di musica, di penna e carta, di passeggiate e così via; se la possibilità che anche uno solo di essi entrasse nelle vite degli adepti della produzione a tutti costi, sarebbe auspicabile, che vi penetrasse anche una riflessione necessaria.
Ha a che vedere con la nostra inedita dimensione di esseri caduchi, nuova non per l'eccezionalità della contingenza, ma per la sua (ri)scoperta.
Uno stato di eccezione richiede un concretismo eccezionale, per smetterla, in questo Paese, di parlare e ascoltare chi parla di eccellenza di una parte di esso. Eccellenza della Sanità del nord, della Istruzione del nord, del Lavoro del nord, delle Banche del nord. Un nord al collasso che di eccellente ha solo la resistenza umana di chi non può più credere ai pifferai della vacuità in nome di una separazione che è arrivata, e non poteva essere altrimenti, per natura.
In questi giorni, al nord, si muore, ed è un destino che avviene in solitudine, isolati finanche ai funerali perché assembramenti da evitare e sarebbe ora di chiederci cosa ce ne facciamo, in questo tempo, di chi ha inneggiato alla propria guerra di separazione, di odio, di disprezzo per il prossimo, assoldando adepti, in nome di una eccellenza che non può esistere, antropologicamente, in senso storico.
Ricordiamoci di questi anni, di quello che siamo diventati, affinché il richiamo alla normalità che gli indefessi della produzione, anche in questi giorni che sfumano, possa suonare cacofonico, perché offensivo è solo pensare che, prima di oggi, vivessimo in una normalità.
E quando nei prossimi giorni avremo voglia e necessità di telefonare a un amico per un incontro, se dovessimo riceverlo quel messaggio, accettiamolo, è la nostra chiamata alle armi ed è lì che constateremo se ci riconosciamo quali buoni soldati in una guerra cattiva, contravvenendo alle norme eccezionali di igiene pubblica, ma andando oltre le idiozie sicuritarie di teppisti della politica e dell'opinione pubblica di cui potremo, adesso sì, sperare di liberarci una volte per tutte.























 

 

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