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Immuni senza vaccino

di MF e NB - 23/03/2020

3 aprile 2020
Scuola
L'anno scolastico 2019/2020 ha chiuso le aule reali della Lombardia il 26 febbraio, a seguire, con un movimento lento ma inesorabile, quelle delle scuole di tutta Italia.
Poco dopo si aprivano quelle virtuali, con una eccezionale chiamata responsabile di tutti gli insegnanti, in tempi rapidissimi si è messa su una didattica a distanza che continua a dare grande dimostrazione di autosufficienza, capacità di adattamento e generosa dedizione.
La scuola ha scoperto l'inutilità delle proprie dirigenze, di intralcio quanto non addirittura di ostacolo alle organizzazioni veloci e dinamiche dei consigli di classe, di annoverare non più solo tra i suoi discenti ma anche nella classe docente, una condizione di BES, che alla scuola sta per ''bisogni educativi speciali". Insomma, le fragilità sono emerse per tutti e, come sempre avviene quando un fenomeno di tale portata si verifica, hanno dato vita alle storture più assurde e alle cadute più becere.
Un ulteriore piccolo inciso per le dirigenze, i vertici nelle persone dei presidi (non tutti) e di quelli che vengono richiamati a corte quali ''i più stretti collaboratori'' (che pena), hanno dato mostra della loro inutilità che ha giocato di ostruzionismo quasi ovunque in questa riorganizzazione antropologica del lavoro degli insegnanti, hanno reso inequivocabile la dimostrazione plastica di quanto siano lontane dalla didattica e come negli anni abbiano sviluppato un attaccamento morboso ai progetti (soldi e prestigio), alla vicinanza ruffianesca a genitori e studenti, di come utilizzino la didattica come strumento e non come fine.
Detto ciò, una breve carrellata delle stravaganze più colorite, aiuterebbe a comprendere meglio lo stato dell'arte di una scuola che non funziona, non per mancanza di preparazione della sua classe insegnante (c'è anche chi la materia la conosce, e molto bene anche), tantomeno per la sua dedizione, ma per lo stato di compromissione di maggior parte di questa, calati negli ambienti di formazione del pensiero e affinamento degli animi, con la selezione degli impieghi pubblici più alienanti e abituati a muoversi al proprio interno con la prudenza e la delicatezza che caratterizzerebbe un elefante in un museo di porcellane.
Così, dall'interrogazione in video chiamata con tanto di testimone a fianco (la mamma, ma va bene qualsiasi parente), alla verifica con controllo a distanza con videocamera, alla consegna di compiti abbondante e anche a tarda ora e persino nei giorni festivi, alle valutazioni dall'estro più creativo fino al: "valuto molto la partecipazione", per scadere lentamente nel: "non possiamo promuovere tutti", "teniamo conto dei disagi di tutti".
C'è da chiedersi come ne uscirà la scuola da questa esperienza inedita e, soprattutto, cosa ne sarà dell'eccellenza di quella esaltata dall'Invalsi (tutta al Nord, guarda caso), dopo una logorrea di video lezioni.
Non c'è niente da fare, la scuola continuerà ad essere quel luogo del pensiero un tanto al chilo, zero riflessione e tanta didascalia, non c'è tempo, occorre macinare programmi e attraversarne gli argomenti come fossero prodotti di una catena di montaggio con i suoi tempi e la sua drammatica spersonalizzazione.
Ma, in fondo, perché dovrebbe essere diverso, gli insegnanti, lungi da essere la classe pensante di questo Paese, ne sono i suoi abitanti, cittadini, calati e compromessi, come tutti nelle sue profonde contraddizioni che ci rendono volgari e a ragionevole distanza di sicurezza dal luogo del pensiero.
Massimiliano Forgione

2 aprile 2020
Politica
In questa economia globale che assieme a merci e persone sposta virus, in questi giorni emerge drammaticamente la mancanza di una politica globale. I singoli Stati hanno messo in comune interessi affaristici, ma per il resto, i loro rappresentanti si sono guardati bene, nel nome di un nazionalismo protezionistico, dal condividere informazioni e azioni comuni.
La Germania ha assunto con buon anticipo il monito dell'emergenza Covid-19 proveniente dalla Cina ed ha predisposto, in sordina, campagne precauzionali e di rilevazione del contagio, confidando in un vantaggio che le avrebbe giovato rispetto agli altri paesi europei. Primo fra tutti l'Italia.
L'interesse economico muove gli agiti degli Stati nazione, la salvaguardia dei popoli è un concetto puramente propagandistico e al quale il politico guarda soltanto in termini di consenso.
Che questa Europa sia un'unione di impresari della finanza l'abbiamo trattato ampiamente nelle pagine di questo giornale. Le nazioni hanno messo in comune una moneta ma non sono mai stati in grado di condividere un disegno politico che avesse al centro il benessere e la felicità dei suoi popoli.
Inutile tornare sulle ragioni dell'impoverimento delle classi medie delle nazioni, il caso della Grecia rimane una pagina vergognosa di questa Unione europea, come anche quello italiano, spagnolo e del Portogallo, definiti maiali. Non era tanto tempo fa.
Stringiamo il fuoco dell'analisi sulla situazione italiana e facciamo un passo alla formazione dello Stato unitario che ha visto lo svuotamento delle casse del mezzogiorno attraverso un saccheggio in piena regola che non è tanto diverso da quello perpetrato oggi dagli Stati del nord Europa, con in testa Paesi Bassi, Paesi Scandinavi, Germania, Austria e la sempre presente Svizzera, nei confronti degli altri paesi europei.
Il vertice europeo di fine giugno ha cancellato gli eurobond dall'agenda. Almeno per ora. Angela Merkel è stata drastica: «Mai finchè sarò viva» aveva detto in pubblico qualche giorno prima. Chissà se la cancelliera tedesca aveva avuto il tempo di leggere lo studio di Stéphanie Collet, storica della finanza della Université Libre de Bruxelles che è andata a spulciare negli archivi delle Borse di Parigi e Anversa per studiare l'unico precedente assimilabile agli Eurobond: l'unificazione del debito sovrano dei sette stati che 150 anni orsono, su iniziativa del Piemonte e sotto tutela di Francia e Inghilterra, costituirono il Regno d'Italia. (Estratto dell'articolo Gli eurobond che fecero l'Unità d'Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania, de Il Sole 24 ore del 10 settembre 2015 che pubblica un articolo, a firma di Giuseppe Chiellino, del 30 giugno 2012).
Lo studio di Collet afferma che: Insomma, a voler utilizzare le categorie di oggi, il Regno di Napoli economicamente era per l'Italia quello che oggi la Germania è per l'Eurozona. «Come il Regno di Napoli prima dell'integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l'economia più forte dell'eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto».
Anche in questo caso, non andiamo a riprendere le ragioni di un assoggettamento territoriale avvenuto dal nord sulla pelle del sud, nelle pagine di questo giornale doviziosamente trattato.
Ma ci preme evidenziare come questi fenomeni macrostorici siano possibili solo e perché la politica è supina all'economia finanziaria speculativa di guerra e agisce surrettiziamente, sempre.
Ora, questa pandemia virale, ai tanti morti del quotidiano, accompagna un disvelamento quanto mai impossibile da occultare e, si auspica, da tacere: quello di aver stanato i tanti capetti della politica che scimmiottano il potere e che, soprattutto dalla fine della prima Repubblica in poi, hanno saccheggiato moralmente questo Paese, con la complicità di un'informazione vergognosa, rendendosi complici di una economia predatoria.
La mafia armata, in un secolo e mezzo, dal 1861 al 2014, ha mietuto 1120 vittime (fonte www.antimafiaduemila.com, ndr), la mafia politica contempla numeri incommensurabili. Ce ne sono abbastanza per far tacere per sempre i governatori di certe regioni del nord, gli amministratori di certe città del nord, i capi di partito, tutti, a iniziare dai separatisti e poi i nazionalisti, fino ai traditori dei valori di una sinistra socialpopolare che hanno sfacciatamente continuato a definirsi di sinistra.
Il ritardo delle chiusure delle città della Lombardia, epicentro della morte di questi giorni, non è diverso dal ritardo dei suoi elettori che in tutti questi anni hanno taciuto di fronte al saccheggio della Sanità pubblica. C'è da chiedersi se sapere, oggi, equivale ad agire in modo diverso domani, quando saremo chiamati a spazzare via una classe politica corrotta e affaristica, o se i cocciuti del voto efficiente esprimeranno la indefessa stupidità sapiente che caratterizza certe smorfie di ''certe facce che con grande autorevolezza continuano a sparare cazzate'' (cit. G. Gaber) riprese e amplificate da chi, al posto di informare, si occupa di svolgere in modo puntualmente servizievole il proprio ruolo di intellettuale del potere, con grave e irreparabile danno per un popolo destinato all'infinita commiserazione.
Massimiliano Forgione

26 marzo 2020
Sanità
Quartiere Sanità
Un enorme ospedale da campo allestito da Emergency nella fiera di Bergamo, dopo tanta immediata disponibilità da parte dei suoi operatori e temporeggiamento da parte della Regione Lombardia. Un altro ospedale all'interno della fiera di Milano. Eppure, rispetto ad una situazione evidentemente sfuggita di mano, la frase d'ordine continua ad essere: il sistema sanitario lombardo ha reagito in modo eccellente.
Medici ed infermieri non sono dello stesso avviso, negli ospedali ormai pieni si muore, male, a volte senza cure palliative, soffocati. Le scene che ci giungono dalla Spagna non sono diverse da quelle degli ospedali di Bergamo e Brescia, mancano i posti, se ne ricavano in spazi di fortuna; gli ospedali stessi sono bombe batteriologiche di diffusione massiva sin dalla prima ora. Ma tant'è, occorre abbozzare, chinare il capo e sperare. Non è il tempo di denunciare le falle della macchina sanitaria migliore del Paese, le responsabilità saranno a suo tempo accertate, a crisi terminata, intanto, speriamo di non contagiarci, perché potrebbe avvenire di dover morire in casa.
Di rabbia prima di tutto, perché il male che è stato fatto al Sistema Sanitario Nazionale negli ultimi trent'anni grida vendetta; ma è il tempo del silenzio, quindi continuiamo a tacere lo scempio della sanità differenziata, carente al sud, tranne rare ''eccellenze'', possibili grazie a chissà quali favoritismi e congiunzioni affaristici, fiorente al nord, con le punte di diamante di Veneto e Lombardia. Anche se tacere significa sperare che la catastrofe del virus non arrivi mai al meridione perché, se ciò dovesse accadere, sarebbe la fine.
Un sistema sanitario nazionale alimentatosi secondo il paradigma di una carenza strutturale al sud a cui dovesse sopperire quella fiorente del nord, dotata della migliore attrezzatura e in grado di curare tutta l'Italia, attraverso una tratta che vede, ogni anno, 800mila malati spostarsi da un capo all'altro dello stivale, per un giro di soldi quantificabile sui 4,6 miliardi di euro all’anno (fonte Corriere della sera del 13 marzo 2019, ndr).
Situazione che, dalla riforma del titolo quinto della Costituzione in poi (autonomia delle regioni, ndr) ha visto la sua drammatizzazione e punto di non ritorno.
Oggi, l'evidenza della mancanza di una sanità pubblica nazionale, interdetta all'intervento del privato che certo non può elevare a proprio interesse la salute del cittadino rispetto al proprio profitto, risiede tutta nella mancanza di strategia d'insieme e di risorse comuni per affrontare il virus, scongiurato, quanto annunciato, nemico invisibile.
Così, il sistema sanitario del nord collassa e su aerei militari trasporta malati di coronavirus al sud, alcuni di questi non sono neanche riusciti a sopravvivere al tempo di un volo.
Ma è il tempo di tacere!
C'è un criminale fetore che in questi giorni, più che mai, prende alla gola.
Massimiliano Forgione

25 marzo 2020
Economia
Medioevo plutocratico
Pratica quotidiana e realtà ormai non coincidono più. Ci chiedono di lavorare e di non pensare, ubriacarci di sport-non-sport come il calcio, insomma non dobbiamo farci più domande.
Le famiglie e le individualità sopravvivono in un guscio separato dal pensiero, dalla cultura, dalla riflessione ponderata.
L’economia sfrenata e implacabile è dominata dal segno +, non ammette esitazioni e passi indietro, nemmeno per prendere la rincorsa. La nostra è economia di guerra, da sempre; nel senso che la guerra ne è la manifestazione più naturale e ovvia. Ed è una economia guidata dal capitalismo più sfrenato, quello che annulla le individualità e impone grandi sacrifici: Stato e Finanza coincidono, il welfare è vittima di una campagna implacabile che lo vede soccombere, in Italia ma non solo, e la sanità pubblica è vista come un costo, un investimento perdente. Cosa ne sia stato della nostra sanità è sotto gli occhi di tutti. Parcellizzata e indebolita, è ormai un insieme di unità deboli, incapaci di far fronte alle proprie sfide. Pensate a quanto vacillante e piena di crepe sia la tanto decantata sanità lombarda, l’eccellenza del Paese Italia. Perché il problema è proprio questo: si è voluto a tutti costi pretendere di costruire il motore produttivo in un’area del Paese, a discapito della restante e si è stati bravi a reggere la bugia a ogni occasione, evitando di tradirsi e di svelarne il gioco. Ma adesso, lo vediamo chiaramente, il re è nudo. Ha perso tutto, anche la dignità, e non regge l’urto di una pandemia veloce e inesorabile.
Eppure l’onda che si sta abbattendo sull’Italia in questi giorni è rimasta all’orizzonte, torreggiante e minacciosa per più di un mese, senza che nessuno pensasse a preparare il terreno per la resistenza. In Italia la Resistenza è solo un pretesto per sterili confronti politici messi in piedi dai fantocci del nostro teatrino politico. Eppure si è resistito in modo cocciuto e testardo alla verità che oggi purtroppo è sotto gli occhi di tutti.
L’economia non si è fermata. Non è stato concepibile, e non lo è nemmeno oggi di fronte alle centinaia di morti nelle case e negli ospedali ridotti a lazzaretti di manzoniana memoria, ipotizzare una perdita in termini di danaro: il Capitale difende se stesso e come una cellula tumorale divora l’ospite ormai deprivato della propria dignità di uomo e della propria sensibilità e intelligenza. Si è combattuto a colpi di hashtag: #bergamononsiferma è quello che oggi mi fa più orrore e al tempo stesso mi toglie la voce.
La classe politica è colpevole: colpevole di non aver capito, di non aver voluto capire, di aver ossequiosamente obbedito agli ordini del patron che la porta al guinzaglio.
Mi auguro che qualcuno paghi e che sia punito come merita, cioè come traditore del popolo italiano.
Nicola Bruno

24 marzo 2020 (3)
Circola da un po' di giorni l'estratto della gazzetta ufficiale in cui si evidenzia come il governo avesse deliberato lo stato d'emergenza su tutto il territorio nazionale (con decorso dal 1 febbraio e fino al 31 luglio) in considerazione del rischio sanitario derivante da agenti virali trasmissibili. Questo dimostra quanto la politica sia supina all'economia, visto che tutti i ritardi e le relative concatenazioni nefaste, derivano dalla timidezza con cui i governanti hanno affrontato il disastro incombente perché al soldo di industriali e speculatori.
Nelle valli bergamasche la Confindustria non permette la chiusura di fabbriche che pur non svolgono attività produttive necessarie alla contingenza.
In più, circola il mantra secondo il quale non sarebbe il tempo della messa in evidenza delle criticità (definite polemiche) del nostro sistema, facendo appello ad un fumoso spirito nazionale e di unità.
Suona come un monito atto a silenziare perché è evidente che, se non denunciamo adesso i guasti del sistema di questa economia di guerra, non potremo di certo farlo quando le trombe della finanza e dell'industria assorderanno le orecchie di chi oggi è spaventato, sempre è mediocre. Non ci saranno spazi per il pensiero divergente, le grancasse torneranno a rullare il passo estenuante della produzione e chi ne stabilisce i ritmi si riproporrà come il nuovo, occultando l'operato di questi giorni.
Massimiliano Forgione

23 marzo 2020 (2)
Non dovevamo fermarci
Era poco prima del fine settimana di carnevale, non si poteva compromettere il ponte ghiotto degli affari del turismo; la partita della vita per i bergamaschi, il 19 febbraio allo stadio San Siro di Milano, l'Atalanta entrava nella storia giocando gli ottavi di finale contro il Valencia, non poteva essere giocata a porte chiuse. Le stazioni sciistiche del nord prese d'assalto, e sappiamo quanto sia prassi borghese consolidata quella di lombardi e veneti, affollarle in un delirio di piste e ristoranti e alberghi; è la socialità tesoro, non conosce interruzioni, non può essere messa in modalità di pausa.
Intanto in virus circolava, dopo il martedì grasso, il 25 febbraio, i casi di contagio già affollavano gli ospedali e mietevano le prime vittime. Ma non ci si poteva fermare. A scongiurare una verità che via via diventava sempre più inesorabile, si mettevano di traverso i bracci armati dell'economia malata, Zaia in Veneto, Fontana in Lombardia, Gori a Bergamo, Sala a Milano. Tenere 'aperto' era la parola d'ordine. Gori a Bergamo offriva la sua cartolina di famiglia del mulino bianco in trasferta nel più popolare ristorante della città, pubblicità occulta di cui complice era la moglie ''giornalista'' Parodi che tutti i giorni ci consegna le cronache luttuose della città che amano. Che amano!
Gli industriali di Confindustria tenevano per le palle pennivendoli e governatori: l'industria dell'area economica tra le più potenti d'Europa non può arretrare di un passo.
Tutti nel loro piccolo possono raccontare storie di ottusità dirigenziale di ducetti di periferia valligiana che, immolati al dio lavoro, chiamavano al seguito il loro esercito di dipendenti e collaboratori. Nei giorni della morte che allungava la sua ombra sulle città di Bergamo e Brescia, i graduati di fabbriche, uffici e persino scuole, quando già un'ordinanza ne chiudeva i cancelli, ne deprecavano la pubblicazione, andavano contro la legge e si ergevano ad arbitri in un delirio di onnipotenza che li ha trascinati via, negli interstizi delle polmoniti da coronavirus. Bombe di morte inconsapevoli. Che Dio li perdoni e li aiuti .
Anche se sappiamo, e li ascoltiamo già, torneranno con le stesse facce di chi non prova vergogna mai, con le loro narrazioni stravolte, a ricomporre i fatti a loro uso e consumo, risparmiati dal virus ma non dall'infezione che ce li riconsegnerà immutati.
Hanno già proferito la loro frase che accusa di quanto sia facile parlare con il senno di poi, annunciando la sequela di menzogne con la prima che stravolge l'evidenza anche di ciò che è stato scritto e, perciò, documentabile a imperitura memoria.
(Intanto, il sindaco di Bergamo Gori sta lavando i panni sporchi imitando quello di Bari De Caro; motori caldi di una campagna elettorale che non conosce sosta)
Massimiliano Forgione

23 marzo 2020 (1)
Il virus ci ha colti privi di difese, impreparati e sempre più sorpresi di fronte alla sua forza, velocità, capacità di penetrazione e diffusione. Lascia attoniti anche per la sua indifferenza democratica, non fa distinzione di sesso, di età, di ceto sociale, di appartenenza.
Confinati tra le nostre mura osserviamo le evoluzioni del suo viaggio, delle impennate dei dati di contagiati e morti, ci informiamo sulle cause di una quotidianità ancora troppo drammatica, ricostruiamo le possibili origini, le trasformazioni in corso e ci interroghiamo sulle conseguenze di questa guerra sottile, aspra, infida perché combattuta fuori da medici e infermieri, dentro nelle nostre attese e nelle nostre coscienze.
Occorre indagare e capire e per farlo è necessaria una narrazione fedele ai fatti, la ricostruzione storica e filologica, questa volta più che mai, non può essere elusa. Dobbiamo capire perché siamo arrivati a questo stato di crisi così immuni nelle nostre espressioni e nelle nostre reazioni. Senza alcuna protezione e all'assoluto sbaraglio degli eventi, il nostro presente risulta il più astorico mai verificatosi, i nostri destini già preda della narrazione artefatta di chi sta già esercitando le lingue biforcute per ripresentarsi come fosse nuovo.
Tutto ciò non dovrà avvenire, se questa è una guerra, dei relativi crimini e annessi carnefici dovranno essere individuati.
Esamineremo quattro ambiti:
l'Economia,
la Sanità,
la Scuola,
la Politica.
Per iniziare, andremo ai primi giorni del contagio, per collocare fatti, comportamenti e nomi.
Massimiliano Forgione























 

 

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