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Piccola morale

di Massimiliano Forgione - 22/06/2020

La crisi lavorativa che si affaccerà con il prossimo autunno sta dando i suoi segnali, in Italia, attraverso le proteste degli ultimi, gli sfruttati dei campi, in un'organizzazione dell'agricoltura di stampo medievale, dove il latifondo trova nello sfruttamento, attraverso il caporalato, la sua più indegna forma di sopraffazione; i "riders", atleti a cottimo di un'alimentazione a domicilio stile Amazon; pedalando per vivere, queste povere anime incarnano la metafora perfetta del sacrificio necessario per tirare a campare e, in cambio, gli viene riservata la manganellata della polizia chiamata a far rispettare il divieto di Trenord di non far salire sui convogli le biciclette (attrezzo di lavoro che necessariamente deve viaggiare verso il domicilio assieme al suo proprietario) in quanto impediscono l'osservanza della giusta distanza da Covid.
In Francia, le manifestazioni di infermieri che hanno invocato una decenza salariale, hanno visto forze dell'ordine in assetto di guerra manganellare professioniste indifese che, fino all'altro ieri, per più di due mesi, hanno coperto negli ospedali turni inumani su base volontaria, per sola dedizione ad un lavoro che senza l'elemento umano, non avrebbe ragione di essere.
Sono quelli che l'opinione pubblica si è precipitata a definire "eroi", con un gusto spettacolistico della faccenda, adorando pensare che, mentre si era a casa a sacrificare la propria socialità, lì fuori ci fosse qualcuno che rendeva quel patetico lenzuolo appeso al balcone con la frase idiota: "Andrà tutto bene", reale! E' la ragione per cui esistono i miti, le favole, i supereroi, anche quelli più democratici, talmente tali da chiederci il voto (meritiamo l'estinzione).
Non v'è nessuna innocenza in tutto quello che succede e nel modo in cui lo percepiamo ed è proprio la sua assenza che ci separa dalla felicità, da una nostra possibile conciliazione con il nostro futuro.
Viviamo il mondo dell'alienazione dove qualsiasi idea di bellezza, amore, è bandita o si rivela impossibile, perché infilata nel corso borghese dell'esistenza, fatto di una irresistibile promessa di onnipotenza e di rivelazione di sventura.
Come sarà possibile sostenere le battaglie che ci attendono, ultima frontiera di dignità di esistenze definitivamente segregate e in che modo ci prepariamo a tener testa alla sopraffazione che ci attende, a rispondere a quella chiamata di dignità in difesa delle conquiste sociali delle quali non sta rimanendo più nulla, sostituite da fatue conquiste civili. Se la nostra natura borghese si rivela tollerante proprio nell'amore per la gente con tutte le sue manifestazioni isteriche, sapremo contrapporre la narrazione libertaria a quella liberalistica che ci vuole schiavi protagonisti di un consumismo coatto, disfattista, volgare?, sapremo superare l'odio per come dovrebbe essere l'uomo e smetterla di farci affascinare dalla sua versione peggiore?
"Andare fino in fondo non significa soltanto resistere, ma anche lasciarsi andare. Ho bisogno di sentire il mio essere nella misura in cui egli esprime il sentimento di ciò che mi sfugge", per dirla con le parole di Camus, in questa prigione, non è la speranza di un cambiamento sociale che possa rivelare i segni di un'appartenenza, ma la propria condizione di intellettuale che è tale perché alla continua ricerca di un senso. Perché è proprio vero che "Condiscendenza e mancanza di presunzione sono in realtà la stessa cosa" (Adorno, ndr).























 

 

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