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La tratta degli schiavi

di Nicola Bruno - 22/01/2008

Il fenomeno migratorio è insito nella natura dei gruppi umani. Da sempre i popoli hanno obbedito alla spinta della ricerca di condizioni migliori di vita e non hanno esitato a ricercarle in ogni modo. Tra le cause principali, sicuramente, la mancanza di prospettive nel proprio paese d’origine, il degrado ambientale e la poca stabilità politica interna. Non è casuale che il diritto alla migrazione sia stato sancito dall’ONU già nel 1990. L’Italia, dapprima paese di transito ma oggi paese d’arrivo per un flusso migratorio sempre più consistente, ha approvato la prima legge organica sull’immigrazione, la Legge 40/98 del 6 marzo, solo 10 anni fa, riconoscendo il diritto all’unità famigliare ai lavoratori migranti stabili da anni nel nostro paese.
Gli imprenditori italiani che non hanno potuto, per le più disparate ragioni, decentrare la propria attività in aree del mondo che offrono manodopera a costi vantaggiosi, guardano alla presenza degli immigrati come ad una grande opportunità: l’impennata nell’offerta di manodopera derivante dalla presenza di questi lavoratori consente una maggiore flessibilità lavorativa e la possibilità di mantenere bassi i salari. Ed in caso di crisi i lavoratori migranti sono i primi ad essere espulsi dal sistema economico, come un rifiuto ormai non più utile. A tal proposito un episodio significativo: i nuovi arrivi in Sicilia di immigrati dall’Est Europa hanno incrementato la concorrenza con gli immigrati presenti da diversi anni in zona, perlopiù nordafricani, garantendo ai gestori delle serre siciliane un abbassamento del salario offerto ai raccoglitori maghrebini, per altro già non molto elevato. Mi chiedo quanto un Sud Italia alla mercé della malavita organizzata, in difficoltà economiche e con bassa produttività endogena sia stato considerato vantaggioso per l’economia di altre aree della penisola, valutandolo un serbatoio inesauribile di manodopera a costi contenuti e garanzia efficace contro le richieste di adeguamento dei salari da parte degli operai e delle confederazioni.
Il lavoratore migrante, inoltre, non riceve agevolmente dai governi italiani lo strumento necessario a fare di lui un lavoratore con dignità pari a quelle dei suoi colleghi italiani: il permesso di soggiorno. Al migrante spetta, nella maggior parte dei casi, un impiego pesante, mal remunerato e pericoloso (vedi le cifre sconfortanti sugli incidenti sul lavoro nel nostro Paese), con una triplice conseguenza: una diffusione abnorme di lavoro irregolare e conseguente evasione delle imposte da parte degli imprenditori, mancanza di garanzie per la sicurezza sul lavoro e, in ultimo, la fuga dei ricercatori stranieri con borsa di studio verso paesi dell’UE con procedure burocratiche meno lunghe di quelle italiane.
Se è vero che gli imprenditori vedono l’immigrazione come una manna dal cielo, il cittadino sembra percepire dei mutamenti in negativo nella propria qualità della vita e li addebita all’arrivo in massa di cittadini stranieri: innanzitutto una minore sicurezza e welfare e, da non trascurare, una decrementata possibilità di accesso al mondo del lavoro. In sostanza, si viaggia speditamente verso l’equipollenza straniero = delinquente e/o elemento destabilizzante dello status quo. Il contrasto è visibile e constatabile con mano: gli imprenditori necessitano di manodopera a bassissimo costo per garantirsi profitti rapidi e consistenti; nelle nostre città si accettano col sorriso le carte di credito degli immigrati indiani; i commercianti di telefonia e gli stessi operatori telefonici vivono su un vero e proprio boom originato dalla presenza in Italia di tanti immigrati dall’estero (se non ci credete provate ad entrare in un qualsiasi negozio in un orario a vostra scelta e potrete constatarlo con i vostri occhi) e, contemporaneamente, i cittadini stranieri sono racchiusi in aree urbane che sono veri e propri ghetti. Xenofobia? Un tema che meriterebbe una sede più ampia.
I migranti sono utilizzati dai paesi d’origine anche come merce di scambio. Diversi decenni fa i paesi che avevano bisogno di manodopera a basso costo ne facevano richiesta ed offrivano una contropartita, talvolta in materie prime o in aiuti di diverso genere. Nel primo dopoguerra De Gasperi cedette operai per le miniere belghe, prevalentemente ed inevitabilmente sradicati dal Meridione, in cambio di quantità di carbone per le industrie italiane. E tanti di quegli operai hanno dato la vita nell’inferno delle miniere, conseguenza di politiche di sviluppo economico quanto meno discutibili. Adesso l’Italia ha introdotto una novità nella propria politica economica: non si limita ad esportare lavoratori, come nel caso appena citato delle miniere belghe, tedesche e francesi, ma accetta di importarne in cambio di accordi economici che favorirebbero le imprese di casa nostra.
Chi vorrebbe fermare questo processo migratorio, forse più per xenofobia che per ragioni umanitarie, invoca a gran voce la cooperazione, uno strumento rivelatosi poco utile vista l’esiguità delle risorse impegnate dai governi, irrisorie perché possano esserci risultati significativi.
Un aspetto chiaro, in tutto questo, c’è: i figli degli immigrati consentono, da diversi anni, l’attivazione di classi aggiuntive nelle nostre scuole impedendone, di fatto, la chiusura ed hanno imposto una nuova preparazione del personale ed una nuova gestione amministrativa. Ma questa è un’altra storia.























 

 

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