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I soldi facili delle guerre per la pace

di Giorgio Bocca - 03/04/2008

Quando si tratta di votare le spese militari “per dare le armi ai nostri soldati”, scende in Parlamento e nei partiti l’antico unanimismo. Non si è ancora trovato di meglio al mondo per far passare il denaro pubblico dalle casse dello Stato alle tasche dei privati. Così avveniva già ai tempi degli antichi romani secondo la logica ferrea: “Si vis pacem para bellum”. E con la storia del nemico alle porte tutti erano pronti a pagare.
L’unico che nella sua megalomania romagnola credette di poterne fare a meno fu il duce Benito Mussolini: alla vigilia dell’entrata in guerra i generali gli dissero che erano in pratica privi di artiglieria. Lui rispose che gli sarebbero bastate poche migliaia di morti per sedersi al tavolo della pace. Il capo di Stato maggiore maresciallo Pietro Badoglio capì l’antifona, firmò l’ordine strategico generale “difesa su tutti i fronti”. E c’è in Italia della gente che l’impero lo rimpiange: pagava a ufficiali e sottoufficiali le indennità di servizio e potevi fumare le Muratti.
Dopo la catastrofica sconfitta il buon affare delle spese militari è stato per anni ridotto al minimo. Ma ora stiamo riprendendoci.
Mi hanno fatto impressione le sedute parlamentari in cui si è discusso il finanziamento delle nostre forze armate e del loro impiego in difesa della pace, come si è soliti dire quando si partecipa in qualche modo a una nuova guerra.
Da queste sedute parlamentari viene fuori che tutti i deputati di tutti i partiti hanno un qualche preciso interesse ad approvare queste leggi per cui quelle che ci sono non vengono mai abolite e di nuove ne vengono sempre approvate.
Chi avrebbe mai detto, nel primo dopoguerra, che avremmo dovuto mandare i nostri soldati a difendere la pace nel Kosovo, in Libano, in Angola, a Baghdad, a Kabul? Eppure li abbiamo mandati chiunque fosse il ministro degli Esteri in carica, un democristiano o un comunista, come il D’Alema che se stesse a lui deciderebbe ogni giorno una nuova spedizione.
“Si vis pacem para bellum”. La canzone si ripete in tutte le epoche e non ce ne è un’altra che piaccia di più ai politici che amano la pace. Li avete visti nei telegiornali i deputati della pace appena possono sfilare di fronte a un picchetto militare d’onore? Il ministro della Difesa Parisi che è un passerotto spelacchiato si alza, si impettisce, getta sguardi fieri.
C’è una conoscenza millenaria dei propri vizi in fatto di guerra, delle proprie crudeltà. Il generalissimo Cadorna ha fatto morire migliaia di italiani sul Carso per appoggiare i governi amici che gli assicuravano la carriera.
Che cosa è che l’esercito, tutti gli eserciti di tutte le guerre, possono chiedere ai politici che li mandano, alle politiche estere che se ne servono? La complicità. E con la privatizzazione degli eserciti, con la riduzione degli eserciti ad agenti di affari colossali, chi potrà opporsi alle loro violenze e ai loro delitti senza fine? La Russia di Stalin ha condannato a morte i marinai di Murmansk chiusi nelle loro bare di acciaio, gli americani hanno provato le atomiche sui loro soldati.
L’ultima grande utopia della guerra partigiana e dei suoi condannati a morte fu che valeva la pena combatterla purché fosse l’ultima. Non lo era come non era l’ultimo buon affare.
La guerra al terrorismo ha riportato di grande attualità, di grande moda la guerra. Bisogna farla per difendersi dalla follia, dal fanatismo, dalla ferocia. Ma bisogna farla per fare i soldi facili di tutte le guerre. Per esempio fare le guerre come le grandi aziende logistiche, come la Tav, o come i trasporti aerei supersonici. Farli perché anche gli altri prima o poi li fanno. Che è il modo più sicuro per scomparire tutti dalla faccia della Terra.























 

 

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