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Lo stato sociale

di Nicola Bruno - 03/04/2008

Novità in materia di previdenza: si punta sui tagli a 360 gradi. Da anni ormai gli stati europei dimostrano di voler gradualmente smantellare un sistema che, con i doverosi distinguo e tra tante difficoltà, ha finora garantito ai cittadini del vecchio continente una vita non indecorosa e la sensazione di essere nati nella fetta giusta del globo. I modelli di sostegno alle classi meno forti della nostra società sono in crisi: la parola d’ordine è tagliare la spesa sociale, costi quel che costi.
I modelli economici sono cambiati e tutto può riassumersi nel termine globalizzazione
. Quale garanzia è possibile per un lavoratore che vede il proprio posto di lavoro fuggire verso altri lidi, per un lavoratore sempre più precario e costretto ad una flessibilità forzata che rende nullo ogni progetto di vita?
I Paesi tradizionalmente più generosi, cioè quelli del Nord Europa, hanno ridotto drasticamente la spesa sociale e la tendenza degli altri Paesi dell’UE sembra essere la stessa: pensioni, assicurazioni e servizi sociali sono nel mirino degli sforbiciatori europei. I nuovi stati membri, quelli che, per intenderci, hanno subito il traumatico passaggio da economie pianificate ad economie di mercato più dinamiche, hanno visto sfaldarsi all’improvviso un sistema che, pur con enormi ed imperdonabili pecche, faceva della solidarietà uno dei suoi pilastri irrinunciabili.
La crisi economica ormai acclarata che stiamo attraversando a livello globale, certo non sta facilitando le cose: dove trovare i fondi necessari all’assistenza sanitaria, alla maternità assistita, alla strutturazione di pensioni che non siano da barzelletta? I lavoratori non precari stanno toccando con mano la sgretolamento delle proprie aspettative di pensione: è necessario integrare ed affidarsi a privati nella speranza che non dissolvano i fondi accantonati, come spesso è accaduto in passato. Ed i lavoratori precari? Ed i disoccupati? La disperazione è palpabile. I casi di suicidio dettati da problemi di ordine economico sono sempre più frequenti in Italia. Per le classi deboli – anziani, donne, disoccupati e sottoccupati – le prospettive di marginalizzazione graduale sono sempre più chiare. Il quesito, ovvio, sulla opportunità di una organizzazione societaria incapace di garantire la minima protezione ai propri cittadini, porta risposte inquietanti, che lascio alla riflessione di tutti e di ciascuno.























 

 

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