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L’Italia è unita male

di Nicola Bruno - 10/06/2008

Nel numero scorso abbiamo accennato alla lungimiranza del popolo italiano che ha ripreso l’emigrazione interna, tornando a sfiorare i dati dei primi anni ’60, quando gli immigrati nel Nord-Ovest italiano provenienti dalle 6 regioni del Sud, ma anche dalle isole e dal Nord-Est, sfioravano quota 300.000 l’anno. Oggi siamo intorno ai 270.000 l’anno: è come dire che ogni anno, una città delle dimensioni di Taranto si spopola e va a risiedere in altre regioni, principalmente Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio – segnatamente la città di Roma. Un dato che lascia a bocca aperta: a 147anni dalla tanto agognata unione nazionale a scapito degli stati regionali, la differenza di potenziale tra le diverse aree geografi che della penisola è così forte da generare un flusso continuo di gente costretta a lasciare il luogo in cui è nata per necessità lavorative (ricordate il ritornello - a metà tra il dileggio e l’addolcimento della tragicità insita nel lasciare la propria terra – del tema musicale di “Eccezzziunale veramente”?: ‘p ppoté campà m’annfatt emicràààààààààà’).
Intendiamoci: nella mobilità non c’è niente di male, anzi. I paesi occidentali più evoluti hanno una mobilità interna che fa sì che si scelga l’area del paese in cui vivere in base alle proprie esigenze ed alle peculiarità economiche e geografiche dell’area prescelta. Stati Uniti e Germania – per fare solo due esempi – vedono come normale, anzi come una risorsa, il flusso di lavoratori all’interno del proprio territorio; c’è però una differenza fondamentale: in Italia, a differenza dei paesi citati dove il flusso umano va in tutte le direzioni, la corrente è a senso unico: da sud verso nord (meglio: da est verso ovest, se la geografia non è un’opinione). La Germania, inoltre, investendo in maniera oculata, ha quasi risolto, in pochissimi anni, il problema delle due velocità dovuto alla divisione tra Est ed Ovest.
E l’Italia? Nulla, e questo nulla, che dura ormai da un secolo e mezzo, procede tra l’incuranza o la simulata preoccupazione dei nostri uomini politici.
Le due emigrazioni, sicuramente, propongono differenze sostanziali. Negli anni ’60 si trattava di gente con un basso tasso di scolarizzazione che si spostava nel triangolo industriale per lavorare in fabbrica e utilizzare le proprie rimesse per costruirsi o ristrutturare la casa nel paese d’origine o aiutare la propria famiglia rimasta in Sicilia, nel Veneto, in Calabria o chissà dove.
Adesso, risolti i problemi economici del Nord-Est, dal cosiddetto Sud partono laureati e diplomati che, in maggioranza, vanno a collocarsi nel settore servizi. Non è tutto. In precedenza si faceva riferimento alle rimesse di cui beneficiavano le terre d’origine; adesso ciò non avviene più perché è cambiata la situazione e con essa lo stesso mondo del lavoro. Gran parte dei nuovi immigrati, infatti, lavora in città il cui costo della vita è altissimo e dove il ricatto dell’impiego a tempo determinato spinge le famiglie d’origine ad aiutare economicamente il proprio congiunto impegnato in questa trasferta, nella speranza che la situazione cambi in meglio. Prima o poi.
Le famiglie meridionali investono al Nord circa 10 miliardi di euro l’anno, contribuendo alla ricchezza delle università, dei proprietari di immobili, dei panificatori, dei meccanici, dei bar, eccetera eccetera eccetera…
Il precariato come strumento di ricatto delle classi più umili, da qualsiasi parte d’Italia esse provengano, dovrebbe muovere all’indignazione. Qui, invece, aspettiamo di vedere la fine del campionato di calcio per poter esultare o imprecare, e tifare tutti appassionatamente, da Sud a Nord, da Ovest ad Est, perle squadre di Milano o per quella della Fiat.























 

 

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