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Esigenza pedagogica

di Massimiliano Forgione - 04/09/2008

Ritengo che in questi ultimi anni il passaggio generazionale abbia avuto una successione molto più rapida rispetto al passato. Oggi, rapportarsi con un ventenne può mettere di fronte a scenari completamente diversi rispetto alle relazioni che si possono avere con i trentenni. Può sembrare un’affermazione banale ma è carica di significati, di rimandi. Gli adolescenti diventano sempre più irriconoscibili in certi comportamenti, certe esternazioni alle quali, mi rendo conto, ci si può trovare sempre più impreparati.
Insomma, dire oggi giovane, significa inglobare nell’attributo almeno tre generazioni, forse, con uno studio sociologico più attento, anche di più. Ma mi limito allo stacco che vedo evidente tra, ripeto, adolescenti che entrano nell’adultità, ventenni (fascia di età 20-30 anni) e trentenni (fascia 30-40 anni).
Mi sembra che lo iato sia talmente palpabile che la progressione non potrà che avvenire attraverso l’incomunicabilità. Per intenderci, la concezione del lavoro per esempio, è completamente differente: i prossimi diciottenni non hanno la benché minima consapevolezza dell’impiego a tempo indeterminato, l’idea della flessibilità è il pane quotidiano con il quale sono stati alimentati; i ventenni vivono la disillusione che l’approccio al mondo del lavoro comporta e la presa di coscienza del divario esistente tra, la preparazione scolastica ricevuta, la formazione universitaria, le varie specializzazioni e ciò che il mercato del lavoro offre; i trentenni, la fase della delusione l’hanno già superata e le loro scelte le hanno già operate, che poi, in Italia, significa: per i più preparati: emigrare all’estero, per i volenterosi: emigrare al nord, per i relativisti: rassegnarsi.
Questo lungo preambolo mi serve per argomentare un enorme dubbio sulla natura di certe riforme che dovrebbero migliorare?, salvare?, il nostro Paese. Una di esse è quella della scuola. A capo vi è la ministra Gelmini che mi risulta rientrare nella terza fascia di età presa in considerazione, che ha una formazione giuridica e che, in nome di una sventolata ma immotivata (nel senso che non l’ha spiegata) esigenza pedagogica sta controriformando la scuola.
Ecco, esterno chiaramente i miei dubbi. Non credo che questa persona abbia la preparazione adeguata per un tale compito ed ho la certezza che nel concreto non sia altro che la faccia che questa maggioranza espone ma che l’ardito decreto, con il quale dal 2009 verrà reintrodotto il maestro unico alle elementari, e quant’altro si abbatterà sul mondo della scuola e sulla società tutta, sia il frutto di altre menti che elaborano secondo precisi disegni economico-idelogici.
Un dubbio avvalorato dalla certezza che, se il famoso slogan della scuola di Berlusconi era fatto di tre I, un’unica persona non possa avere tutte le competenze richieste perché Inglese, Internet e, non mi ricordo per cosa stava l’altra I, diventino realtà formativa. Il maestro unico di pedagogico non ha nulla, è un controsenso che si alimenta solo di demagogia. Le ragioni vere sono: tagli e lenta soppressione della scuola pubblica. Basta!
Altrimenti, non si spiegherebbero le prove d’esame disastrose che il Ministero ha preparato per gli esami di maturità 2007-2008 e non troverebbero pubblicazione quei “che” a cui non segue un congiuntivo nel decreto Maestro Unico.
Il cambiamento è arrivato attraverso l’incomunicabilità, per ordinanza appunto. Rientrati dalle vacanze ecco la novità. Ma si sa, il governo ha lavorato anche d’estate mentre le parti sociali, masse di fannulloni, erano sulle spiagge. Quella stessa incomunicabilità di cui accennavo all’inizio di questo scritto, una impossibilità di condividere le stesse esperienze. Ecco perché, a distanza di pochi anni, il divario generazionale è fitto e insanabile, tutto sistemico ed entropico.
La Gelmini è uno dei tanti figli di questo passaggio generazionale. Non eccelle, infatti non è un cervello in fuga; ha sicuramente tanta volontà, ma sembra, solo di apparire, altrimenti la consapevolezza di strafalcioni da studente impenitente le imporrebbero del sano pudore; ha vissuto la delusione di chi, bene o male dei titoli di studio ha conseguito, ma ha realizzato che, qui da noi, per il lavoro servono a poco. Così, è lì, nella casa del grande fratello. Ogni tanto una telecamera la inquadra, un giornale la ritrae e, intanto, l’età avanza, va verso i quaranta, sicura che un posto l’accompagnerà sempre, con quel fior di conoscenza che si ritrova!
Ma si sa, quella della raccomandazione è una vecchia italica esigenza pedagogica che non conosce cicli ma ferrea e rassicurante continuità.
Mi dispiace per i nostri figli, già segnati dalla futura incomunicabilità, dalla certezza che non troveranno un lavoro degno, e dalla crisi dei congiuntivi che nel frattempo saranno estinti.
Tutto, ci dicono, per un’esigenza pedagogica.























 

 

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