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L´Italia non si salva, cronache del lavoro a rischio

di Giuseppe Turani - 11/12/2008

Basta aprire un giornale qualunque (o ascoltare la televisione) per imbattersi in autorevoli personaggi che dicono che nei prossimi mesi bisognerà far di tutto per sconfiggere la paura. Più facile a dirsi che a farsi. Per rendersene conto, sarà sufficiente scorrere (con un minimo di pazienza la seguente sequenza di numeri: 76, 83, 88, 67, 47, 100, 67, 127, 403, 320, 533.
Non si tratta di una combinazione vincente al lotto, ma del numero dei posti di lavoro bruciati in America (in migliaia di unità) mese per mese, dal gennaio scorso a novembre.
E´ facile rendersi conto che fino a agosto i posti di lavoro scomparsi erano tutto sommato quasi sempre al di sotto dei 100 mila al mese. Cosa che aveva fatto pensare (sbagliando) a un semplice rallentamento (e non a una recessione) dell´economia americana. L´esplosione è avvenuta negli ultimi tre mesi, con una punta di 533 mila posti di lavoro in meno a novembre.
Ed è qui che comincia la paura seria. Fino a novembre (a partire da gennaio) i nuovi disoccupati sono stati in America un milione e 911 mila. Ma in questo conto non ci sono ancora i grandi tagli delle istituzioni finanziarie e quelli del settore industriale (basterà pensare alla crisi dell´auto e a tutto l´indotto che questo settore si tira dietro).
Da qui è abbastanza facile la previsione che plausibilmente dicembre e gennaio saranno altri due mesi durissimi: probabilmente con almeno mezzo milione di altri posti di lavoro bruciati ogni trenta giorni.
Poiché Obama si insedia alla Casa Bianca il 20 gennaio, questo significa che già oggi si trova alle prese con quasi due milioni di disoccupati «nuovi» (fatti fra gennaio e novembre), ora che arrivi a sedersi dietro la sua scrivania nello studio ovale questo conto sarà salito assai vicino ai tre milioni, se non più in alto ancora.
Come si vede, di fronte alla più grande economia del mondo che aumenta i suoi disoccupati al ritmo di mezzo milione al mese, sarà dura per tutti mantenere il sangue freddo. Obama ha già detto che sa benissimo in quale situazione si trova il suo paese e ha promesso che farà scattare subito un piano di emergenza. Ma sappiamo che, in ogni caso, ci vorrà tempo.
E´ ovvio, in sostanza, che per ancora parecchi mesi avremo a che fare con notizie catastrofiche provenienti dall´America. E nessuno di noi ignora che, se gli Stati Uniti non ripartono, il resto del mondo gira intorno al palo, ma non si muove.
Se da quel grande paese ci trasferiamo nel nostro, possiamo leggere anche qui gli appelli alla calma e alla fiducia.
Tutte buone iniziative che sarebbero state ancora più apprezzabili se fossero state accompagnate da dotazioni finanziarie anti-crisi sostanziose.
Questo è esattamente uno di quei momenti in cui più che le parole servono i soldi (in busta paga). Ma di quelli se ne vedranno pochi. E allora via con le parole, che hanno un costo molto basso.
Ma, al di là delle polemiche, possiamo stare tranquilli? Non tanto. L´altro giorno un industriale veneto mi diceva che la sua famiglia è titolare d´azienda da oltre un secolo. In più di cento anni, aggiungeva, non abbiamo mai lasciato a casa nessuno e non sappiamo che cosa sia la cassa integrazione, mai fatta. Ma a gennaio sarà inevitabile.
Se allarghiamo l´orizzonte e facciamo un breve giro fra le nostre imprese, vediamo che i budget (i bilanci preventivi) del 2009 sono fatti nel seguente modo: le imprese più fortunate hanno messo come crescita del fatturato un bello zero. Le altre vanno da un -20 per cento a un -40 per cento. In queste condizioni è difficile che non si ridimensionino, che non lascino (purtroppo) a casa qualcuno.
E´ vero che siamo un paese di formiche risparmiose, ma questa volta rischiamo anche di essere un paese di formiche impoverite. E´ inutile fare finta che le cose non stiano così. I primi sei mesi del 2009 saranno durissimi in America (dove però Obama ha promesso interventi straordinari già dal 21 gennaio) e abbastanza duri anche qui da noi.
Sperare però che in America riescano a raddrizzare la barca prima di sei mesi-un anno è farsi delle illusioni. Far girare di 180 gradi un´economia come quella richiede il suo tempo (oltre a una montagna di dollari).
Ma, si dice, almeno noi abbiamo delle banche sane, che non si sono infilate alla grande (un po´ sì, però) nel pasticcio dei derivati e dei subprime. Vero, salvo un particolare. Le nostre due maggiori banche sono entrambe molto presenti nei paesi dell´ex-Urss e sa il cielo che cosa c´è dentro i conti di quegli istituti. «Sa - mi diceva di recente un banchiere - là ci sono posti in cui un presidente di banca, quando va in ufficio alla mattina, per prima cosa mette la pistola sulla scrivania. E alla sera spera di essere ancora vivo. I conti vengono dopo».
Insomma, non raccontiamoci storie. L´Italia non è Biancaneve che attraversa questo caos mondiale con il suo abito candido e la coroncina di fiori in testa. Ci sarà tanta gente che perderà il lavoro e lo stipendio. E ci sarà qualche banca che tremerà.
E in tanti, purtroppo, avranno paura.























 

 

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