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In via Quarenghi i colori della vita

di Massimiliano Forgione - 02/10/2007

Via Quarenghi è un passaggio storico e obbligato per chi viene a Bergamo, meno per chi ci vive, senza parlare di quanti hanno negli anni deciso di abbandonarla infastiditi e spaventati dall’arrivo sempre più massiccio, inarrestabile, di stranieri, di gente dalla pelle “diversa”, generalmente scura e con abitudini che non sempre sono compatibili con le nostre. Per chi ha messo il proprio naso fuori dal proprio paese e non intendo chi ha viaggiato come turista da last minute o da villaggio turistico, ma chi del viaggio ne ha fatto una ragione di vita per capire le differenze che ci accomunano, questa via di Bergamo è importantissima, “Sembra di essere a Kingston road a Londra”, dice un amico da poco arrivato a Bergamo.
“Vorrei parlare di questa via”, dico ad un commerciante bergamasco che gestisce un bar da più di 23 anni, “Basta che ne parli bene”, mi risponde; - beh, se non è appartenenza questa - mi dico!; “Sai, negli anni questa via ha subìto un tale e radicale cambiamento che io, l’unico a non aver ceduto e ne sono fiero, non posso sopportare l’idea di sentirne parlare male per partito preso, per luogo comune, non mi va, non posso accettarlo, cosa vuoi, sono cambiate le abitudini, ciò che vendevo prima non lo vendo più ma in compenso vendo altre cose, il bar è frequentato di più la sera, dalle 18 in poi ma è normale, questa è gente che lavora, che fa orari di fabbrica e quando finisce non ha voglia di starsene a casa, scende per strada e viene a stare anche da me, ha voglia di incontrarsi.”
Faccio dei passi più avanti ed entro nel locale gestito da Omar, mi dice che gli farebbe piacere vedere clienti bergamaschi, ma ne vede pochi, chissà perché, non ne transitano molti. Mentre parlo con lui al banco c’è Mustafa, mi dice: “Cos’è?”, riferendosi al giornale, poi continua: “vivo in Italia dal 1997 e mi interesso molto di politica, vivo a Brescia e quando ho voglia di vedere i miei amici vengo qui, in via Quarenghi, è bello qui, sai, l’assessore all’ordine pubblico della città abita proprio qui di fronte e qui”, mi indica in alto, “ci sono le telecamere collegate direttamente con la questura”, poi cambia discorso e mi dice che è strano per lui capire come nel nostro Parlamento, tra deputati e senatori ci sono: “23, no, 24”, mi dice, tra inquisiti, condannati e addirittura con sentenza passata in giudicato; “25”, tengo a precisare, “82 se consideriamo quelli graziati dalla prescrizione e dalle leggi – canaglia”.
Gli immigrati non hanno diritto di voto, pagano le tasse ma non hanno diritto di voto e, in controtendenza a qualsiasi comune e fuorviante ben pensare, questi signori si integrano meglio proprio dove la Lega riceve il maggior consenso. Spiegare il perché di questa singolare coincidenza è intrigante ma non difficile: marocchini, senegalesi, cinesi, tunisini, boliviani e tutti quanti immigrano nelle aree produttive del nostro Paese condividono gli stessi modelli: il lavoro, la piccola impresa, il policentrismo, la comunità locale. Inoltre, “l’immigrazione e l’integrazione sono alimentati dagli stessi processi: economici, sociali e culturali.” (Ilvo Diamanti da La Repubblica del 1/4/2007). Operano su territori laburisti dove sei in base a quel che fai; dove “il lavoro: è un meccanismo che genera cittadinanza” (ibidem ndr) In via Quarenghi c’è pacifica convivenza, c’è integrazione e c’è la voglia di capire. Allora, mi chiedo: -Chi vuole la cosiddetta Jihad, la guerra santa, chi lavora per l’intolleranza tra credo diversi?, che senso ha affermare che la religione degli altri è inferiore perché viene imposta con la spada, fingendo di dimenticare i massacri compiuti negli anni, a chi serve questo stato di guerra continuo?-
Omar mi dice: “A noi non interessa nulla di tutto ciò, abbiamo così tanti problemi per tirare a campare, mandare avanti un’attività non è facile, troppe tasse, chi ha il tempo di pensare a queste cose? Guarda la nostra pelle”, prende un chicco di caffè e lo mette in un bicchiere di latte, “siamo come questo chicco, lo puoi vedere anche da molto lontano; siamo facilmente controllabili e fungiamo facilmente da capro espiatorio perché siamo “diversi”.
Già, meccanismo difficile da abiurare fino a quando si avrà paura di non avere più paura.























 

 

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