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Turchia e Europa: un ingresso difficile

di Vittorio Messori - 02/10/2007

Strana organizzazione davvero, questa Unione europea che discute seriamente sulla richiesta della Turchia di entrare a farne parte e che, pure, nel 1999, ha riconosciuto ufficialmente come "genocidio" la soppressione, tra il 1915 e il 1917, di almeno un milione e mezzo di cristiani armeni proprio per mano dei Turchi. Mentre altre centinaia di migliaia erano stati massacrati negli anni precedenti. Il riconoscimento di quella spaventosa tragedia da parte dell'Europa, e di alcuni Stati nazionali, è stato tardivo ed è contestato aspramente dai governi ottomani che si sono succeduti sino ad oggi. Gli Stati Uniti non vogliono tuttora sentire parlare di "genocidio armeno" (il presidente Clinton stesso è intervenuto per bloccare un'iniziativa del Senato) perché contano sulla Turchia come alleato fedele nel Medio Oriente. Ma anche perché, negli Usa, è intervenuta la potente lobby ebraica che difende aspramente il monopolio della parola "genocidio " che, si sostiene, deve essere riservata solo alla persecuzione nazista degli ebrei. La Shoah, come la chiamano, deve essere considerata unica, tutte le altre persecuzioni non hanno lo stesso significato incommensurabile e la stessa intensità di patimento. Questo non lo diciamo noi: non ce lo permetteremmo mai. Lo dice un ebreo, figlio di sopravvissuti allo sterminio, Norman Finkelstein, del quale la Rizzoli ha appena pubblicato quel dossier 'scandaloso" che è L'industria dell'Olocausto, con sottotitolo Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei (da parte di altri ebrei). Scrive, tra l'altro, Finkelstein: «La difesa ebraica della unicità dell'Olocausto è indegna da un punto di vista morale e finisce col costituire una sorta di "terrorismo intellettuale", eppure persiste. Il punto è capire perché. In primo luogo, una sofferenza unica conferisce diritti unici. Il male "unico" dell'Olocausto pone gli ebrei su un piano diverso rispetto agli altri e concede loro anche una rivendicazione nei confronti di tutti questi altri. Per Edward Alexander, l'unicità dell'Olocausto è "un capitale morale" e gli ebrei devono "rivendicare la sovranità" di questo "patrimonio prezioso". In effetti, l'unicità dell'Olocausto serve a Israele come alibi...». E così via, in un crescendo implacabile di accuse. Parole dure, come si vede, che a nessuno che non fosse ebreo come questo studioso (è docente alla City University di New York) sarebbe oggi permesso di dire.
Osserva ancora, questo ebreo "politicamente scorretto", che nel gigantesco Holocaust Memorial di Washington, finanziato e gestito dal Governo Federale, si è praticamente eliminato ogni riferimento agli armeni, così come agli zingari che pure, con oltre mezzo milione di vittime per mano nazista, ebbero in proporzione perdite più alte degli israeliti. "Ma", scrive sempre Finikelstein, "riconoscere il genocidio dei gitani, nello stesso periodo e con gli stessi colpevoli, avrebbe comportato la caduta dell'esclusiva ebraica sull'olocausto, con una perdita cospicua di "capitale morale"». br> Così, aggiunge lo scrittore, mentre ogni anno, in tutti i 50 Stati dell'unione nordamericana si celebra il "Giorno della Memoria dell'Olocausto", «i lobbisti ebraici del Congresso impedirono l'istituzione di una giornata di ricordo del genocidio armeno» oltre che di quello zingaro.
In realtà, poiché, secondo la stessa definizione delle Nazioni Unite, «genocidio è lo sterminio di un gruppo nazionale, etnico o religioso», poche volte il termine è adeguato come nel caso dell'Armenia.
Il "Grande Male" (come gli armeni chiamano il loro Olocausto) cominciò con la crisi dell'Impero ottomano e il sorgere, per compensazione, del nazionalismo turco, cui da parte cristiana si cercò di reagire. Alcuni partiti, di ispirazione socialista e condannati dalla Chiesa, ricorsero anche al terrorismo. Così, tra 1894 e 1896, una serie di massacri ordinati da Istanbul portò a una prima strage di 300 mila armeni e a migliaia di conversioni forzate all'Islam. Ma il genocidio vero e proprio sarà consumato dai "Giovani Turchi", il partito nazionalista e razzista che intendeva procedere a una vera e propria "pulizia etnica". Nel 1909, si fece un'atroce "prova generale", con lo sterminio di 30 mila armeni della Cilicia, sotto l'occhio indifferente delle Potenze sedicenti cristiane, impegnate in un gioco politico tra Turchia e Russia. Come già in precedenza, la Chiesa cattolica fu la sola a levare la voce per denunciare e per protestare, con documenti, passi diplomatici e articoli ufficiosi sulla Civiltà Cattolica. Allo scoppio della guerra. nel 1914, la Turchia, alleata di Tedeschi e Austro-Ungarici, subisce una disfatta sul fronte caucasico, dove gli armeni sono da sempre a casa loro, in assoluta maggioranza. L'occasione e propizia per liberarsi finalmente del problema. Mentre i soldati armeni nell'esercito ottomano sono tutti disarmati, usati come bestie da soma sino a esaurimento delle forze e poi fucilati, per il milione e duecentomila di altri armeni sul Caucaso giunge da Istanbul l'ordine di deportazione nel remoto deserto asiatico. Ne seguono eventi spaventosi: chi non è ucciso dalle baionette, dalla fatica o dalle percosse, troverà la morte per fame, sete, prostrazione giunto al "punto d'arrivo", dove in realtà non c'è nulla se non la sabbia.
Alla fine della guerra, non ci sono più armeni sul Caucaso: lo sterminio, li, è terminato, con più di un milione di morti, i pochi superstiti sono fuggiti verso la Russia o sono andati a ingrossare la già cospicua diaspora. Ne restano però, nelle zone occidentali della penisola anatolica: ad essi provvederà Kemal, l'eroe nazionale, detto Ataturk, cioè "Padre dei turchi", con nuove stragi e con la cancellazione della sentenza dell'immediato dopoguerra, con cui lo Stato ottomano, riconoscendo la terribile strage, aveva condannato a morte i politici che ne erano stati responsabili. Da allora, parlare di "genocidio armeno" è ufficialmente vietato in Turchia: una negazione contro ogni evidenza che, come abbiamo visto, conta ancora su potenti appoggi anche all'estero. Intanto, gli Eurocrati discutono se accettare o no sotto la bandiera azzurra con dodici stelle coloro che non sono, certo, personalmente colpevoli ma che sinora non hanno voluto riconoscere quanto fecero i loro padri.























 

 

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