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Un duro mestiere

di MF - 14/07/2009

Io ritengo che quando un mestiere si fa controvoglia, forse, sia giunto il tempo di mettersi allo specchio e fare due chiacchiere con se stesso.
Tempo fa raccontavamo di un episodio avvenuto a Bergamo, era novembre 2008 e il controllore di un autobus di linea reagiva duramente alla vista di un colore della pelle diverso dal suo. Chissà per quanto avrà aspettato quel momento, la possibilità di esprimere la natura peggiore di sé.
A Bari è avvenuta una cosa analoga, questa volta il protagonista è un autista di autobus di linea.
Da nord a sud ci sono imbecilli che impropriamente si ritengono cittadini, esseri molto suscettibili che prendono sul serio le disposizioni governative: in questo caso quelle da poco vigenti sulla sicurezza in questo Paese.
Adesso, che la sicurezza in questa lingua d’Europa debba avere i connotati della povertà ed essere identificata con la diversità, è mortificante; ancor di più lo è pensare che ci siano sempre degli adepti pronti e ligi all’osservanza senza alcuno spirito critico; degradante oltre ogni limite è parlare di sicurezza senza problematizzare mali endemici quali: mafia, camorra.
L’italiano è a rischio mafiosità totale: possibile che l’integrità civile in questo Paese sia un qualcosa di strettamente soggettivo e per niente sentito come bene comune?
Riporto l’articolo su questo episodio di piccola umanità (nella sezione accanto troverete quello su Bergamo), ma prima della lettura, mi piace riportare a memoria le conclusioni del libro Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia:
Tutto il Paese diventerà come la Sicilia!

Nicola Signorile da La gazzetta del Mezzogiorno del 4 luglio 2009:
“Negro di merda! Sporco negro! Gridava e mi picchiava con i pugni sulla faccia. Io ero sul pavimento del bus, nella zona per i disabili, e lui mi stava addosso e sferrava pugni con tutte e due le mani, come un pugile. Io agitavo le gambe inutilmente. Mi sentivo di morire. Non so come sono riuscito a scendere dall’autobus, per strada. Lui allora ha messo in moto e ha fatto finta di investirmi. Mi sono trascinato sul marciapiede, non ho visto più nulla e ho vomitato.”
Nel suo letto d’ospedale, nel reparto di Chirurgia Plastica, Mohammed Abdi Nasir rivive il pestaggio subito martedì scorso.
Una aggressione per la quale ha denunciato ai carabinieri l’autista dell’autobus Amtab della linea 1.
Intorno a lui, a sentire ancora una volta il racconto, ci sono gli amici somali che risiedono a Bari, i militanti del Comitato Stop Razzismo di Bari, c’è don Angelo Cassano, il parroco di San Sabino che ospita ogni anno la festa della comunità somala organizzata proprio da Abdi, che è il presidente dell’associazione dei somali immigrati.
Hanno girato tutto il policlinico per trovarlo Alessia Fucilli e sua madre Delia Ventola. Loro lo conoscono bene, perché spesso Abdi si occupa del giardino e fa piccoli lavori nella casa di Santo Spirito.
“Lui siede a tavola con noi, quando viene a casa – dice la signora Ventola – ci fidiamo totalmente, non c’è persona più buona e discreta di Abdi”. Alessia Fucilli, che è avvocato, ha scritto una lettera al sindaco Michele Emiliano perché esprima solidarietà a Abdi. E si indigna per le voci che dipingono Abdi come l’aggressore dell’autista: “Ma ve lo immaginate, magro com’è, che si mette a picchiare qualcuno?”, chiede esterrefatta Alessia.
Abdi, assistito dall’avvocato Marcello Mastrangelo, è ancora frastornato. La frattura allo zigomo sinistro gli fa male ma tira un sospiro di sollievo: i medici gli hanno detto che non sarà necessario l’intervento chirurgico e che domani sarà dimesso.
Mohammed Abdi Nasir, quarant’anni ad ottobre, nato a Mogadiscio, è un cittadino somalo con regolare permesso di soggiorno in Italia.


In entrambe le vicende, di Bergamo e di Bari, la posizione delle rispettive aziende di trasporto è prudente e garantista. Certo, c’è bisogno che delle indagini vengano svolte e che si appurino le reali responsabilità ma segnaliamo che, nel caso di Bergamo, c’è stata una sorta di prescrizione e proscrizione informativa: non se n’è saputo più nulla; dopo una prima sospensione dal lavoro attraverso la presa di ferie forzate e la minaccia di sanzioni disciplinari interne all’azienda, delle quali non se n’è mai saputa la natura, sulla vicenda è caduto il silenzio più cupo.
Qualche dubbio che ciò avverrà anche a questa analoga vicenda barese?























 

 

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