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L'ulivo della memoria e la cattiva coscienza dei razzisti

di M.A. - 29/09/2009

L’ulivo ha le radici solide e profonde. Ha l’anima della terra. Simbolo antropomorfo del sacrificio conserva le sue rughe come quelle delle mani e dei visi di chi ne accarezza il tronco per preservarne la vita. L’ulivo è la memoria delle nostre terre strappate alle pietre e date ai nostri figli. Come le terre del nostro sud strappate alla mafia e riconsegnate alla legalità.
Avranno pensato a questo quando il 3 giugno 2008 fu deciso di piantare un ulivo nel prato della bocciofila di Ponteranica, in provincia di Bergamo.
Un piccolo ulivo in onore di Peppino Impastato ucciso dalla mafia trenta anni prima.
L’albero avrebbe succhiato la terra, le sue radici si sarebbero insinuate nelle coscienze della gente, impossessandosi della linfa vitale per regalare attraverso le sue forme contorte e “umane” il senso della memoria alle nuove generazioni.
Il ricordo di un sacrificio, di un potere forte, crudele e violento che un uomo libero aveva avuto il coraggio di combattere, pagando con la propria vita la sua scelta di libertà.
C’è un tentativo di revisionismo, di cancellazione della memoria. Così ha urlato dal palco con rabbia e coraggio Giovanni Impastato. E’ come se le radici dell’ulivo, la sua tenace capacità di scostare i sassi, di appropriarsi della terra, quella sua simbolica volontà di affermare la supremazia della legalità sulla rozzezza del potere facesse paura.
Con la stessa disinvoltura con la quale il Sindaco di Ponteranica ha voluto eliminare la targa in onore di Peppino Impastato una mano vigliacca, di notte, ha tagliato l’ulivo, come a volere recidere la memoria, come a volere cancellare la scomoda verità.
"Mé ché öle ü paghér"(io qui voglio un pino) recitava il biglietto lasciato ai piedi dell’albero reciso. Volutamente in bergamasco per recidere un’appartenenza, per rivendicarne una posticcia. Meglio un albero autoctono con le radici superficiali che uno con le radici profonde nella nostra coscienza. Meglio la realtà edulcorata di una mafia lontana che non ha niente a che fare con il nuovo paese della razza eletta, piuttosto che il richiamo alla responsabilità. Saviano con le sue denunce è lontano anni luce. Le ecomafie, il riciclaggio di denaro sporco, il coinvolgimento degli imprenditori lombardi non devono intaccare la purezza di un popolo che viaggia verso la propria indipendenza proprio attraverso l’affermazione di una supremazia etica.
Perché quell’ulivo avrebbe ricordato gli accordi politici con i mafiosi e che la lezione di civiltà e di riscatto potrebbe arrivare da zone lontane dalla propria terra, lontane dalla propria coscienza.
Il vigliacco che ha scritto "Mé ché öle ü paghér" utilizza lo stesso linguaggio rozzo e demagogico del leghista Castelli che arriva ad affermare che la manifestazione organizzata a Ponteranica in memoria di Peppino Impastato è “un corteo razzista contro la lega nord”, in questo estremo e ridicolo tentativo di cancellare l’evidente, di confondere il carnefice con la vittima, il razzista con il discriminato.
Settemila persone libere sfilano a ritmo di musica. Palloncini con la faccia di Peppino Impastato e cartelli che ricordano che è ancora tempo di “cento passi” riempiono le vie di Ponteranica, Bandiere rosse e tricolori sventolano come il giorno in cui il popolo libero salutò per l’ultima volta il suo giovane eroe e nell’aria c’era l’odore degli ulivi siciliani.
Non basteranno mani razziste a sradicare targhe o abbattere alberi, continueremo a sentire quel profumo e la lezione degli uomini liberi non sarà mai cancellata dalla nostra memoria.























 

 

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