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BREVE STORIA DELL'INCENERITORE di Verona(Ca'delbue)

di Mirko Simonaio - 23/04/2010

Gentile direttore,
Vorrei aggiornarla e segnalare che il caso diversamente-onesti di AGSM oggi aggiunge un nuovo tassello al puzzle. Mi è giunta comunicazione che le allego, nella quale si evince che in data 04-05-2010 AGSM avrà un nuovo CDA nel quale oltre a qualche vecchio volto politico di seconda e terza fila degli anni novanta, vi è anche il nome di Francesco Sorio. Forse un omonimo di quel Francesco Sorio che, stando a quanto riportato nella copia del verbale delle deliberazioni di giunta del Comune di Verona, in data 12-03-1999, compare nella lista degli imputati nel caso di tangentopoli a Verona. In quel procedimento Agsm e il Comune di Verona si sono costituiti parte civile proprio contro di lui.
E' curioso come l'apertutra del bando per la costruzione dei nuovi forni di Ca'delbue faccia riavvicinare gli stessi volti dei politici degli anni novanta, parte dei quali presi con le mani sporche di marmellata. Ciò che mi chiedo è questo: Prima di congedarmi le anticipo che se queste sono le premesse al vertice non può che esserci un cambio magari con una persona poco qualificata disposta anche a firmare carte scomode autorizzando l'impossibile; una vittima sacrificale del sistema che pagherà al posto di altri se le cose dovessero mettersi male, ma questo è purtroppo un film che pur se vecchio continua con arroganza e spregiudicatezza ad essere riproposto impunemente.

L’inceneritore di Ca' del Bue sorge sulla sponda del fiume Adige, presso Verona nelle campagne ai piedi del quartiere di San Michele Extra, in località Ca’ del Bue. La sua costruzione fu decisa nel 1982 e fu portata a compimento solo alla fine degli anni novanta. Dopo un travagliato iter burocratico, nell'autunno 1999, l'impianto venne terminato e messo in funzione ma emerse il primo problema: i macchinari per la selezione del rifiuto non erano adeguati e prendevano fuoco.
Nel maggio 2000 l’Agsm (AGSM socio Confindustria, è una società per azioni la cui proprietà è attualmente del Comune di Verona nel 100 per cento delle quote.) con presidente Nicola Fiorini, decise di svalutare l'impianto; il valore scese da 246 a 182 miliardi di lire. L'Ansaldo venne incaricata di sistemare l'impianto ma continuarono i problemi i principalmente ai forni. La resa si dimostrava troppo scadente e, dopo il collaudo del 2004, l'inceneritore venne spento. Già allora l’impianto fu al centro di forti contestazioni e come oggi si temeva per il danno all’ambiente, alla salute, all’economia. La struttura logisticamente è collocata sul fiume Adige, in una zona ricca di falde acquifere, nei pressi della città di Verona, di campi coltivati, e a popolosi paesi. Tutta la zona prealpina veronese è densamente popolata. Come è noto l’inceneritore di Ca’ del Bue fu al centro di un vasto giro di accordi corruttivi. Al tempo, nel 1993, si parlò di tangenti per un affare di 105 miliardi di vecchie lire. Molti politici veronesi, compreso il sindaco, e tecnici AGSM furono indagati. Alcuni di loro vennero condannati e patteggiarono cause per alcuni miliardi di lire.
L’inceneritore di Ca del Bue si guadagnò la fama di “madre della tangentopoli veronese”…
L’inceneritore si è dimostrato esso stesso un RIFITUO perché posizionato a 3 km di distanza da Verona, 3 km da San Martino e 2 km da San Giovanni Lupatoto; vent’anni sono serviti per costruirlo intervallati da continui interventi di manutenzione, vicende di corruzione, i costi che pesano tutt’ora sulla collettività senza essere mai entrato a regime.
Oggi, l’inceneritore è superato da tecnologie di Riciclo pressoché totale che non inceneriscono i rifiuti e costano meno (vedi per esempio l’impianto di VEDELAGO, presso Treviso, per la parte secca del rifiuto e Kompogas in Svizzera per l’umido). Tra le sostanze che un inceneritore sprigiona vi sono diossina e polveri sottili che, come tutti sanno, se inalate o assimilate dagli alimenti inquinati, penetrano nel sangue e si depositano nei nostri tessuti accumulandosi. Nell’uomo, gli inquinanti prodotti dagli inceneritori, danneggiano il sistema cardiovascolare e aumentano il rischio di tumori (in particolar modo sarcomi).
Lo hanno affermato cardiologi da tutto il mondo riunitisi, con tragica ironia, proprio a Verona ! Nonché la Federazione Regionale Emilia Romagna degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. Anche il centro Association pour la Recherche Thérapeutique Anti-Cancéreuse, l’associazione per una ricerca terapeutica anti-tumorale afferma. "Lo Statement of Evidence Particulate emissions and Health. Proposed Ringaskiddy waste-to energy facility".
Recentemente, il 10-04-2010, una quindicina di medici ha smentito l’unico studio medico nelle mani di AGSM pubblicato anche sul Waste Management. Secondo tale studio, non vi è eccesso di rischio di tumore per la popolazione che vive nei pressi di un’ inceneritore. Ben 10 sono le criticità rilevate dai medici dell’ISDE, un’Associazione apartitica, senza scopo di lucro, articolata anche sul territorio nazionale italiano, riconosciuta da Agenzie quali l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite. A fronte di tutto ciò, la Regione Veneto, il Comune di Verona, l’azienda municipale che si occupa di acqua luce e gas (AGSM) hanno deciso di riattivare l’inceneritore portandolo, finalmente, a pieno regime per bruciare rifiuti e, in tal modo, produrre energia. Come si afferma nel bando di gara. Il Comune pertanto dà in concessione un inceneritore di rifiuti ad un’azienda privata. L’azienda privata vincitrice dell’appalto avrà il diritto di sfruttare al massimo l’inceneritore che brucerà rifiuti e, cosi’ facendo, produrrà energia. L’energia potrà essere venduta. Ci poniamo quindi alcune domande:< Se si è così sicuri che l’inceneritore non rechi alcun danno alla salute pubblica perché non prevedere una polizza assicurativa che risarcisca il danno eventualmente causato alla salute dei cittadini e all’ambiente? Se un giorno ci fosse la certezza che l’impianto emette diossina, quali strumenti contrattuali AGSM ha posto in essere per non vedersi penalizzata economicamente dalla ditta che si aggiudicherà l’appalto che brucerà 500T al giorno di rifiuti (non solo veronesi) per 25 anni? C’è in questo caso la possibilità “contrattuale” di chiudere l’impianto senza penali? E se si dovessero fare ulteriori investimenti per renderlo sicuro (o per bonificare ampie aree inquinate) chi sarebbe obbligato a farlo e a pagare tale spesa? Tutto questo sarà ancora a carico della comunità visto che AGSM è del Comune al 100%?
E’ curioso notare che la nostra vicenda è già stata vissuta in precedenza nella contea di Cleveland in Gran Bretagna. In passato aveva firmato un contratto di 25 anni per bruciare 180.000 tonnellate di rifiuti all’anno. (A Verona, il contratto è per 25 anni, per 190.000 tonnellate all’anno.) Il Vice-Presidente della provincia o contea di Cleveland ha recentemente affermato: “I comuni della provincia sono nell’impossibilità di riciclare a causa dei contratti che li legano all’inceneritore. Le penali che i comuni devono pagare se non contribuiscono con i rifiuti, ci hanno portato a condurre, di fatto, una politica volta a massimizzare i rifiuti”.
Forse, è per questo che Il sindaco ha dichiarato che a Verona arriveranno anche i rifiuti di altre province? Non si potrà fare altro che incenerire tutto! E’ quanto afferma l’organizzazione inglese Friend of the earth. Lo studio conclude affermando che incenerire: “Is completely incompatible with the environmental benefits of high levels of recycling and composting.” Non si potrà investire in riciclo o riutilizzo o in altre tecnologie.
Con il nuovo Ca’ del Bue, la città si impegna a incenerire e a respirare i suoi rifiuti per 25 anni. A fronte di un investimento è pari a € 118.000.000,00 di euro (I.V.A. esclusa). Il vincitore dell’appalto in venticinque anni introiterà:
201.250.000 milioni di euro dalla vendita di energia elettrica prodotta;
53.762.500 milioni di euro dai contributi pubblici CIP6 in 5 anni.(Fondi che l’Europa nega agli inceneritori); questi contributi pubblici sono Parte dalla quota A3 nella bolletta elettrica;
520.520.000 milioni di euro i comuni pagano per il “conferimento”, cioè per portare rifiuti all’impianto.
Il costo è di 112 euro a tonnellata. Questo importo è dato dai cittadini attraverso l’imposta sui rifiuti.
Totale: 775.532.500 milioni di euro a fronte di un investimento di 108 milioni. Un bell’affare!
Come è evidente, i profitti dell’inceneritore sono sicuri, perché pagati attraverso le tasse dei cittadini. La prova che i fumi dell’inceneritore fanno male arriva dalla vicina Brescia, sede del più grande e sofisticato termovalorizzatore d’Europa. Come ha denunciato il dott. Celestino Panizza, medico per l’ambiente di Brescia, nel 2008 “la Centrale del Latte di Brescia ha riscontrato presenza di diossine del tipo TCDD-F-PCB nel latte proveniente da sette aziende agricole ubicate nel territorio a sud di Brescia, proprio nei pressi dell’inceneritore. “ (Marco Niro, Gli inceneritori uccidono, disponibile online http://www.questotrentino.it/qt/?aid=11382 )
Il latte rifiutato dalla Centrale del Latte aveva tossicità equivalente ben oltre i limiti di soglia: tra i 6,5 e gli 8 picogrammi di diossine per grammo di grasso, mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda per l’uomo il limite di un picogrammo per chilo di peso corporeo al giorno.
Il dottore ricorda che le diossine sono bioaccumulabili, ovvero si accumulano all’interno di un organismo in concentrazioni crescenti man mano che si sale di livello nella catena alimentare. È questo il motivo per cui è verosimile che il latte delle mucche alimentate con foraggio raccolto nel terreno soggetto a ricaduta dell’inceneritore sia risultato contaminato da tali sostanze.
Come si fa a sapere se i rifiuti che Ca del Bue brucerà saranno dannosi per la salute e l’ambiente? Se non bastano i rapporti di scienziati e dottori, allora ci pare che restino due opzioni: la prima è mettere in moto l’inceneritore. Lasciare che bruci 190.000 tonnellate di rifiuti all’anno per 25 anni; poi, tra 25 anni, si va a vedere se le malattie del sangue e i tumori sono aumentati, se si riscontrano livelli insolitamente alti di diossina nel terreno, nell’acqua, nel latte, nelle uova, nella verdura etc…;
la seconda opzione è vedere cosa è successo dove l’inceneritore c’è già o c’è stato, e valutare se vi sia qualche lezione da imparare. Per evidenti limiti di tempo, percorreremo la seconda strada.
Nel 2001, in alta Savoja, dopo diciassette anni di diossina prodotta da un inceneritore, emerse che i primi risultati delle analisi fatte dalla società responsabile e i funzionari locali della DRIRE (l’ente responsabile dell’industria e dell’ambiente) furono così disastrosi che li fecero sparire, che poi arrivaron nuove analisi: il forno inceneritore venne chiuso d’urgenza il 21 ottobre 2001.
Il bilancio sanitario e ambientale è quello di una catastrofe senza precedenti. Diossina del ‘tipo Seveso’ dappertutto. L’inceneritore maledetto ha sparso sul suolo quantitativi di diossine 700 volte superiori alla norma europea. Per le 365 aziende agricole della zona è la morte economica immediata. Ben 7.000 capi di bestiame, fra bovini, ovini e caprini, vengono abbattuti all’istante. Solo mille animali si salvano, ma rimangono in quarantena, improduttivi, zombi a quattro zampe. La diossina si accumula nei tessuti, nei grassi e risale la catena alimentare. Ben 2.230 tonnellate di latte vengono eliminate. Con loro se ne vanno anche 30.000 chili di formaggio. Tutto questo per alcune decine di microgrammi di diossina. Nel giro di un giorno la regione di Albertville è diventata un fantasma. Il territorio è semplicemente scomparso. Sui campi rimangono 12 mila tonnellate di fieno contaminato. Un incubo perché non si sa come eliminarlo questo fieno. Bruciarlo vorrebbe dire rimettere in giro quei maledetti 35 microgrammi di diossina di cui è impregnato. Ma il danno più catastrofico è ancora un altro: “Tenore di diossine e furani nel latte materno” è il titolo di una circolare che viene regolarmente inviata alle famiglie della regione. Eccolo il diritto al futuro, ancora una volta violato, stracciato. Ma perché? Qual’è la causa? Un cocktail esplosivo di plastica mal bruciata nottetempo, forni spenti e riaccesi malamente, diossine, furani. La cattiva combustione è un metodo infallibile per produrre veleni. Infine, un terribile catalizzatore che annienta i migliori i filtri: il business e la corruzione legati al mondo dei rifiuti.























 

 

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