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Padroni a casa nostra

di Tommaso Bruni - 11/10/2007

La cucina di Calderoli val bene un abuso
Mozzo, piccolo centro di settemila anime in provincia di Bergamo.
Qui vive il ministro per la Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli: la sua è una bella villa dentro il “Parco dei Colli”. Il ministro da qualche anno ha un cruccio: vuole ampliare la cucina. Ma le domande presentate hanno sempre ottenuto la stessa risposta: la zona è sotto tutela. Il ministro non si è scoraggiato e ha fatto arrivare al comune di Mozzo una nuova richiesta. E lo stesso ha fatto un suo vicino di casa.
Sabato 10 ottobre è il giorno della svolta.
La giunta al governo a Mozzo (un’alleanza tra Lega e Pdl) convoca una seduta ordinaria del consiglio, fissandola alle 12.30 del sabato. Un’anomalia bella e buona. Ma poche battute e le opposizioni capiscono il reale motivo. L’assemblea vota un emendamento che permette al “Piano casa” varato dal governo nazionale (con aumenti di volumetria possibili fino al 20%) di essere applicato ad una piccola zona del “Parco dei colli”, casualmente coincidente con la villa del ministro Calderoli e del suo vicino di casa, gli unici ad aver presentato una richiesta di ampliamento.
Da “Il fatto quotidiano” del 16 ottobre 2009

Vorrei parlare di questo celebre slogan, di recente riproposto da alcuni cartelloni che, malauguratamente per me, campeggiano sui muri del mio paese. Lo slogan dovrebbe affermare un principio di autonomia, per cui il potere politico su un certo territorio deve essere esercitato localmente da chi effettivamente vi risiede. Nondimeno, questo principio, apparentemente ragionevole e colmo di buon senso, si presta a non poche torsioni problematiche, dovute sia alla sua stessa struttura, sia ai termini usati dai "creativi" di via Bellerio.
L'uso del termine "padroni", infatti, esula dal vocabolario politico stretto: indica la relazione di proprietà nei confronti di un certo oggetto oppure la posizione superiore in un rapporto di lavoro subordinato. Ciò sposta il discorso dall'ambito della res publica a quello del possesso privato, svuotando il sintagma "a casa nostra" della sua originaria forza metaforica ("casa" come "patria", "comunità", "popolo") per gettarlo nella più bieca letteralità ("casa" come edificio). Alla suggestione delle parole si aggiunga il fatto che il principio di autodeterminazione politica non ha un limite minimo di applicazione: all'interno di ogni comunità data ci può essere qualcuno che si ritiene dominato da un potere centrale che non lo rappresenta. Ciò può portare alla secessione successiva di aree sempre più piccole e condurre a esiti disastrosi, come hanno insegnato i Balcani negli anni '90.
L'immagine dipinta da questo icastico slogan è quella di una comunità atomizzata, dove ciascuno, nella propria casa e nella propria fabbrichetta, è padrone assoluto di cose e persone, e guai a chi ficca il naso ("e che comande me che!"): si salvano solo pochi momenti sociali, talmente di massa da divenire coatti e finalizzati a scaricare odio contro l'altro, come la partita di calcio. Si tratta di una dimensione prepolitica in cui il "noi" dello slogan implode nel vuoto spinto dell'individualismo, in cui il richiamo identitario serve solo a rescindere ogni legame sociale non codificato (niente solidarietà, niente dialogo, niente stranezze, solo Atalanta e gruppo Alpini).
Se il mondo ideale del leghista è agghiacciante, nondimeno si rivela essere il contrario di ciò che vorrebbe essere: infatti, l'atomizzazione oggi non coincide con un massimo di potenza, di solidità, di sicurezza, bensì al contrario con l'estremo della passività e della sudditanza. Il pianeta è attualmente regolato da fenomeni che si svolgono su scala globale e i cui agenti determinanti si trovano spesso al di fuori del controllo democratico, come nel caso di grandi corporations e di istituzioni soprannazionali come UE, WTO, WB, FMI. Di fronte a questi macrofenomeni e alla conseguente crisi di efficacia del potere politico dello stato-nazione, nonché alla dilagante americanizzazione della cultura, chiudersi nel campanilismo e in identità locali posticce è esattamente l'opposto di quanto occorre fare. L'unico modo per governare la globalizzazione è creare strutture politiche rappresentative e democratiche su una scala più ampia di quella nazionale: a meccanismi economici e culturali divenuti giganteschi, occorre rispondere accettando la sfida di aumentare le dimensioni dei sistemi politici senza perdere la partecipazione democratica. Chiudersi nella propria valle prealpina significa solo crogiolarsi in una tradizione artefatta di polenta e Gioppino, mentre i ragazzi diventano Playstation-dipendenti, si ubriacano di Guinness e il loro destino lavorativo viene deciso a New Delhi o a Mumbai dal CdA di un colosso siderurgico indiano.























 

 

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