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Le vite di scarto

di Marco Revelli - 05/12/2007

Così la «casta», alla fine, un foro per uscire, a modo suo, dall'angolo in cui era stata cacciata, se l'è immaginato. All'indignazione crescente per i privilegi di cui godono gli abitanti dei piani alti del Palazzo, al fastidio per una politica separata ed estranea alla propria gente, si pensa di rispondere con un bel giro di vite contro i «miserabili» che stanno in basso. Tanto in basso da essere «fuori» (senza rappresentanza, senza parola, senza diritti).
Ci vorrà tutto l'ingegno del Dottor Sottile che sta al Viminale e il pragmatismo un po' rozzo del «partito dei sindaci» che controlla il contado, ma alla fine sperano di potercela fare: una bella «legge contro i vagabondi» che colpisca nel mucchio lavavetri e ambulanti, writers e clochard, zingari e senza fissa dimora (insomma, tutti quelli che non stanno «al loro posto» per la semplice ragione che un «posto» per loro non c'è), così da offrire una bella immagine di ordine alla società del disordine e dell'incertezza che grande finanza e deregulation mercantile vanno creando. Certo la cosa puzza un po' tanto d'ancien régime, quando una bella gogna per esporre davanti al castello il pezzente di turno bastava a coprire le magagne del Signore. E fa specie nelle mani di chi si riempie quotidianamente la bocca del mito della modernizzazione. Ma tant'è. L'occasione è troppo ghiotta: un governo che non riesce nemmeno a resistere a qualche migliaio di taxisti, può comprarsi a buon prezzo l'aura (e la faccia da «duro») di Sarkozy. Perché lasciarsela scappare?
Già una volta, in fondo, è stato così: prima si è fatta la «recinzione delle terre», e poi le «leggi contro i vagabondi». Si chiamava «accumulazione originaria». Ora che la nuova recinzione delle terre realizzata con la privatizzazione selvaggia dello spazio pubblico e dei relativi beni comuni sopravvissuti, va accumulando nelle nostre città la massa informe delle «vite di scarto», degli sradicati, dei fuori-luogo, si pone a un nuovo livello il problema di «sorvegliare e punire». O di stockare e smaltire, come si smaltiscono le cose superflue, il ciarpame che disturba la vista ai cittadini bennati e benvissuti. Un brutto mestiere. Che, c'è da giurarlo, non riuscirà a produrre i risultati che promette, perché il livello di «sicurezza» che può garantire non sarà mai all'altezza della domanda di ordine a cui intenderebbe rispondere. E perché anziché ridurle, è destinato di per sé ad accrescere illegalità e devianze. Ma non per questo resterà indolore.
La «pedagogia del disumano» che tutto ciò mette in campo, la cancellazione dei residui frammenti di ethos umanitario e di tolleranza che esso comporta, l'accreditamento del fastidio verso l'Altro (l'Altro come disturbo), la certificazione ufficiale della sua rimozione dall'orizzonte umano e trasformazione simbolica in minaccia: tutto questo lo pagheremo tutti, con una società più dura e intollerante. Tanto più che esso appare la cifra scelta dagli strateghi del nuovo corso del centro-sinistra per qualificare la propria nuova identità politica.























 

 

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