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Il grande caldo

di Massimiliano Forgione - 08/01/2008

I terreni percorsi dal fuoco per ben quindici anni non possono avere destinazione differente da quella precedente l'incendio.
Dobbiamo partire da questo assunto per capire le ragioni di tali scellerati atti che, siamo sicuri, caratterizzeranno anche la prossima calda estate 2008. Ma, allora, se non c'è vantaggio economico, quali sono le cause che spingono incoscienti e criminali a uccidere la natura? Primo fra tutti l'incoscienza, della criminalità stessa, l'ignoranza e l'inutilità della violenza; quella del piromane ha risvolti psichici equivalenti a quella dell'assassino seriale, del pedofilo: l'atto criminoso è la ragione stessa dell'azione.
Qui occorre operare una netta distinzione tra: il piromane e l'incendiario. Se il primo rientra nell'orda dei criminali contro i quali non c'è prevenzione che possa mettere al sicuro dal danno, il secondo è il delinquente per profitto.
Ecco, a muovere le azioni di quest'ultimo ci sono le seguenti motivazioni affinché un terreno possa diventare:
· edificabile,
· da pascolo (facendo scomparire gli alberi),
· da rimboschire.
Per sillogismo gli incendiari sono:
· speculatori edili,
· pastori,
· agricoltori,
· bracconieri,
· titolari di vivai.
Tutti mossi da un solo movente: trarre un personalistico vantaggio economico.
Per questo è necessario aggiornare i catasti delle aree percorse dal fuoco, perché per quindici anni, le stesse, non possono avere una destinazione diversa da quella precedente l'incendio.
Va da sé che, se tali aggiornamenti mancano, di conseguenza non potrà essere impedita la speculazione economica per la quale l'incendiario è spinto a commettere il suo atto criminoso.
Se a ciò si aggiunge la funambolica capacità di alcuni avvocati (peculiarità tutta italiana) che in dibattimento riescono, nella maggior parte dei casi, a rendere vano l'articolo 423bis che prevede la reclusione da 4 a 10 anni per incendio boschivo doloso, da 1 a 5 anni per colpa, derubricandoli di fatto a reati minori, allora abbiamo la dimensione di quanto il fenomeno sia completamente fuori controllo.
L'urgenza è sicuramente aggiornare i catasti e ciò è di competenza dei comuni. Laddove tale aggiornamento è stato effettuato gli incendi e le stime dei danni sono nettamente al ribasso; alcuni esempi:
· in Liguria, dove il 61% dei comuni ha redatto il catasto, ebbene dagli 801 incendi del 2003 si è passati ai 379 del 2006;
· in Toscana, dove la percentuale dei comuni virtuosi è del 43%, nello stesso periodo (2003-2006) gli incendi possano da 931 a 491.
Queste sono dimostrazioni di come inasprire le pene non porta alla soluzione del problema, snellire la burocrazia e varcare la soglia del virtuosismo sì.
Inutile documentare quanto i dati più disastrosi, per inefficienza, si registrino a Sud della Penisola dove, evidentemente, le lungaggini burocratiche hanno le gambe corte della collusione mafia/politica e quindi, l'interesse privatistico che diventa emulazione generalista concede, ancora una volta e qualora ce ne fosse necessità, il triste primato di realtà immodificabile al Meridione d'Italia.
Che dire, ormai le conclusioni dei nostri articoli diventano sempre più rendiconti tristi, scontati e immutabili di una realtà, quella nostrana, che crocifigge il nostro presente e nega la resurrezione al nostro futuro.
Che nazione è, che popolo è, quello che, in nome dell'omertà, della complicità, della paura, della ricchezza, lascia la propria terra bruciare? Che Paese è quello che getta il sale sui propri terreni per poi attendere quindici anni affinché una macchia possa rigenerarsi?
Molte volte, è proprio vero, non è una risposta che conta ma una buona domanda.























 

 

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