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Intervista


Giulio Casale e il paradigma della rivoluzione individuale

di Massimiliano Forgione - 27/11/2008

”Non possiamo morire così!”
Ecco perché ancora oggi, dopo quarant’anni, dobbiamo credere che il ’68 fu veramente formidabile.


Giulio, io vorrei partire dalla premessa del libro Tutta colpa del ‘68 dove viene espressa la necessità della rimozione di questo immaginario collettivo e della paura che ha reso così necessaria la sua archiviazione.
Da una parte sicuramente sì, c’è proprio una voglia di negarlo in tutti i modi poi, io stesso sono consapevole di tante ingenuità, esagerazioni, di tante contraddizioni che erano dentro un movimento molto vasto che comprendeva quasi tutto e il contrario di tutto. D’altra parte, è vero che il mondo che stiamo vivendo oggi è quasi per intero la realizzazione piena di tutto quello che il ’68……
….di tutte le istanze che in quell’età storica si sono avanzate?
Secondo me il contrario, cioè, anche se molti diritti sono stati acquisiti subito dopo il ’68 e parlo dei diritti della persona, dello statuto dei lavoratori, l’obiezione di coscienza, l’aborto, il divorzio, cose che per chi è molto giovane oggi sembrano….
…..si diceva con Paolo Rossi anche del rapporto tra studenti e professori che prima era di sudditanza…..
…certo, cambiò tutto. Però, è anche vero che la macrostruttura del mondo ha continuato a ingigantire quello che già il ’68 contestava, cioè la dittatura del mercato, il consumismo. Allora, da un certo punto di vista, a me continua ad essere molto cara un’etica e un’estetica del rifiuto, del conformismo, della massificazione, del linguaggio scadente, dello slogan pubblicitario che trionfa su tutto, dalla politica all’arte. C’è una quantità di cose che continuo ancora a sentire come assolutamente valide e preziose oggi.
Mi sembra che tu ti rifaccia molto a una coscienza collettiva, però, secondo me, oggi, non solo non si possa più parlare di coscienza collettiva ma neanche più di coscienza individuale.
E’ proprio quello che intendo anch’io. Oggi, stiamo assistendo allo svuotamento sistematico delle coscienze da parte del cosiddetto sistema; allora si diceva sistema, non è un mio linguaggio; ma non se ne ha nemmeno coscienza, appunto, tutto è andato avanti nel rendere l’individuo sempre più capace di essere addomesticato da quello che è la produzione, come si diceva allora, ma in realtà è il sistema economico che era già il vero sistema di potere. Quindi, anche i nostri gusti sono sempre più scadenti, non so, faccio un esempio, chiedere sempre meno ad un’opera d’arte. Secondo me, tutto ciò rientra sempre in una logica di appiattimento della massa che non è fatta da individui compiuti ma da una collettività inerte, in balia del mercato, del sistema, delle mode e dell’obbligo al consumo.
C’è questo ritornello che so, a te, non dispiace, di essere paragonato a Giorgio Gaber, di essere considerato la sua migliore prosecuzione artistica. Beh, già lui, parlando di quanto abbiamo appena fatto, con Polli d’allevamento, musicato magistralmente, a mio modo di vedere da Franco Battiato….
…anche secondo me...
…parlava già di questa massificazione.
Sì, artisticamente io credo di avere un po’ questo privilegio di aver già cantato in due stagioni teatrali Polli d’allevamento, quindi, mi chiedo che fine abbiano fatto molti dei ragazzi del ’68 e tornare un po’ alle origini di quello, cioè tornare ad indagare i valori veri e autentici del ’68, prima di ogni deriva, dalla lotta armata al contestatore che diventa direttore di marketing, perché è quella l’evoluzione…
…certo, sono andati anche in Parlamento…
…. sono direttori di giornali, di telegiornali….
..i posti di comando son stati occupati da loro!
Infatti, la nostra classe dirigente, tra detrattori e rivendicatori è tutta fatta di ex sessantottini, sono i sessantenni di oggi, alla fine i conti tornano. Anche questa è una delle cose sulle quali vale la pena ragionare, un’intera classe dirigente si è formata in quel preciso momento storico. Allora, oggi, c’è bisogno che la nostra generazione e quella che è ancora più giovane di noi si ponga il problema di dotarsi di mezzi, intanto per spodestarli, nel senso non di prendere il loro potere ma di poter essere testimoni di altro, perché comunque, con loro, bisogna fare i conti.
Interessante quanto dici e proprio incontrando Mario Capanna e parlando del suo libro Formidabili quegli anni, gli chiesi contro chi lancerebbe, oggi, le sue uova; lui mi rispose che ci vogliono uova nuove contro gente e situazioni nuove che ci vengono imposte. Io, sono d’accordo con te, questa gente andrebbe spodestata, anche con la forza. La protesta studentesca di questi giorni, di cui i media non parlano più, proprio per volerla oscurare e spersonalizzare, ma che c’è, esiste, ecco, come la vedi?
Con più che curiosità e simpatia istintiva. Quello che mi colpisce, aldilà delle rivendicazioni puntuali sulla riforma, cosiddetta scolastica; io ci sono stato, proprio con questo spettacolo, voce e chitarra all’Università di Lettere e Filosofia di Padova, invitato dagli studenti, erano più di mille ed è stata una serata veramente formidabile e quello che ho percepito è una grande pulizia, una grande serietà, loro la chiamano l’autoriforma, una grande piattaforma discussa, un grande senso di non violenza, di pochissimo cedimento alla tentazione di far casino per far casino: c’è la volontà di cercare un dialogo con l’istituzione, considerandosi pari, facendosi sentire molto e senza cedere alla confusione e al tutti contro tutti che, poi, fu anche uno dei tratti del ’68.
Pensi che possa portare a qualcosa di concreto?
E’ molto difficile, però, vorrei sottolineare che, dopo tanti anni, ho finalmente sentito la gioia di partecipare, una gioia civile collettiva che negli ultimi vent’anni, dagli anni della Pantera in qua non avevo più sentito. Anche in questo caso, mi sembra che, sistemicamente, ci abbiano costretto, ognuno ad occuparsi al massimo di sé, del proprio giardino, in maniera piuttosto greve. Un individualismo che sconfina quasi solo nell’egoismo, per cui, si dice che si hanno già troppe cose a cui pensare e che non è il caso di rompere le palle con le questioni che riguardano tutti. E questo è molto pericoloso perché, rivoluzionare se stessi, sarebbe invece un grande obiettivo, essere fedeli alla propria costante evoluzione, questo è un mio credo, anche artistico, il continuare ad andare a ricercarsi in altro, purché ti corrisponda e ti sia veramente necessario. Però, da ciò a smettere di parlare, di provare di dialogare, di trovare veramente qualcuno con cui fare delle cose, ecco, quello è un passo grave, essere costretti a sentirsi e a vivere in maniera solitaria e qualcosa di sbagliato. So che tutto ciò è molto affine alla prassi del consumo, perché se ciascuno vive in una propria casa, se ciascuno ha due televisori, due lavatrici, beh, funziona molto di più per il sistema, se invece….
…per me tutto ciò è diventato un ritornello assurdo e assillante, ossia che, di fronte a questa crisi economica, che poi crisi di che?, buh?, ebbene, bisogna rilanciare i consumi; e lo senti pronunciare sia da destra che da sinistra che da centro, vabbé, quelli purtroppo…; ma non è esattamente il contrario? Luciano Bianciardi diceva che bisognerebbe imparare a non consumare, bisognerebbe imparare a non muoversi, a non spostarsi.
Ma infatti, la rivoluzione è un’altra, è chiaro. E secondo me i ragazzi che sono nati e cresciuti in tutto questo potrebbero avere antenne più sensibili delle nostre, a patto che siano messi di fronte ad una presa di coscienza, è chiaro. Come è chiaro che la maggior parte degli adolescenti sono puri e semplici target marketing, sono i più esposti alla violenza del mercato, però, proprio per questo potrebbero avvertire lo sgomento che tutto ciò genera e cercare di colmare il vuoto che comunque c’è e si avverte.
E parlando del vuoto, Franco Battiato alla mia domanda sul dove fosse necessario ricominciare per colmarlo, durante un incontro di un po’ di tempo fa; ebbene, rispondeva che il vuoto è meglio lasciarlo tale perché nell’assenza c’è la sua essenza.
Assolutamente, ma è quella la vera rivoluzione. Io, tra l’altro, rispetto a come funziona lo show business, quando le persone vengono a chiedermi come mai non mi vedono mai in televisione….
….è un mezzo che rifiuti!...
Sì, è abbastanza sputtanata di per sé, non c’è bisogno di citare Pasolini qui, ma insomma, essere capaci del rifiuto, perché io sono partito da lì, è una delle cose ancora valide, poi rifiuti un qualcosa per dire di sì a qualcos’altro ma, forse, a livello interiore ha ragione Battiato, la vera rivoluzione è nello svuotarsi completamente, quanto meno, smettere di riempirsi di cose fasulle, di tutto l’illusorio che ci circonda, per cui siamo obbligati ad inseguire mille disvalori.
Bella la frase del libro citato e da cui siam partiti: Furono begli anni per me, ma furono anche gli anni migliori della vostra vita, cioè delle vite a venire, c’è da sperare che tutto ciò ritorni?
Guarda, io ho scritto una canzone che s’intitola L’uomo col futuro di dietro, perché appunto cercavo di esprimere questa cosa che effettivamente la nostra generazione poi è la prima, e quelle a venire a maggior ragione, a sentire che il futuro non sarebbe stato necessariamente migliore di quello che avevano vissuto i nostri genitori. Quando c’erano loro le cose eran chiare, il mondo era in continua e certa progressione. Questo è un sentimento che io sento molto diffuso, soprattutto in chi è più giovane di me e forse sarebbe il caso di cominciare a ricominciare, a immaginare qualcosa di migliore, invece di subire questa vita che tutti riconosciamo come disastrosa.
Sì, è vero che destrutturare è già un bel passo in avanti. Basti vedere le nostre famiglie, i nostri genitori e non fare quanto loro hanno fatto, che so, hanno votato DC non so per quanti anni, poi hanno investito nelle peggiori speculazioni: Parmalat, bond argentini, hanno guadagnato, si sono sputtanati i soldi, stiamo pagando le loro pensioni, vabbé, forse esagero….
No, no, ma tutto torna, tutto si tiene. Io non sottovaluterei una rivoluzione soprattutto individuale, se ti destrutturi, scremi i tuoi bisogni all’essenziale, ti accorgi che sono pochissimi, gli obiettivi, le amicizie, le frequentazioni, tutto si riduce tantissimo alla fine e già quello è un metalinguaggio.
Insomma, bisogna avere l’informazione che c’è e che dobbiamo cercare.
Sì, anche se sai che stanno cercando di imbavagliare anche internet.
Certo, la materia è sempre più complessa. Questo è il vero punto di congiuntura tra me e Mario Capanna: non serve un altro ’68 ma qualcosa di più e di meglio che abbia il sapore di mettere, se non sotto accusa, quanto meno in crisi tutto ciò, che non è una semplice cosa, ma una trama molto complessa, molto fitta che richiede molta capacità di interpretazione, di pura conoscenza.























 

 

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