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Intervista


Intervista a Raffaele Cantone

di Ton Vilalta - 19/09/2009

Raffaele Cantone è uno che la camorra la conosce. Durante gli otto anni in cui ha lavorato come Pubblico Ministero alla Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, ha affondato le mani nelle viscere del potere camorristico, mettendo a segno colpi importantissimi contro il potere dei clan.
Uomo di modi pacati, più da accademico che da eroe dell’antimafia (negli ambienti giudiziari viene soprannominato “O’ Professore”), da anni vive sotto scorta. I Casalesi lo considerano, a ragione, un nemico pericoloso.


A volte, per capire la vera dimensione di un fenomeno, è utile cercare di immaginare il vuoto che lascerebbe se non ci fosse. Cosa succederebbe in Campania se, con una bacchetta magica, si facesse scomparire la camorra?
E’ una domanda molto perspicace a cui è difficile rispondere. E’ la domanda che ogni giorno dovrebbero porsi gli studiosi di scienze sociali e i politici che vorrebbero occuparsi di Camorra. Infatti, solo comprendendo bene l’impatto sulla società di un fenomeno così complesso si possono individuare davvero le contromisure.
Molto in breve, anche in considerazione di un mio approccio troppo unidirezionale, credo che la Camorra oggi sia una realtà la cui esistenza è data per scontata da molti operatori economici e da alcuni esponenti politici; da costoro può esser vista persino come un mezzo per risolvere i tanti problemi che esistono in Campania, o come un “ammortizzatore sociale”. Finchè, però, ci saranno tanti o troppi che riterranno il fenomeno “inevitabile”, sarà impossibile debellarla.
Lei sostiene che il potere camorristico non si fonda soltanto sulla violenza e l’intimidazione, ma soprattutto sulla capacità dei clan di raccogliere consenso sul loro territorio. Come funziona questo meccanismo?
La grande forza delle mafie è la loro capacità di creare e alimentare il “consenso sociale”; la violenza nei clan strutturati è soltanto un mezzo per rafforzare il consenso o per intervenire nei momenti di fibrillazione, quando situazioni esterne di vario tipo possano metterlo in discussione. Il consenso si forma grazie a un rapporto strettissimo delle mafie con l’economia; sintetizzando (ma non banalizzando): il controllo delle attività economiche è un modo di dare lavoro e occasioni a soggetti estranei alle mafie, mettendoli, però, dalla propria parte e potendo quindi utilizzarli in momenti di difficoltà, o quando è necessario trasformarli in voti sotto le elezioni; inoltre, il controllo degli apparati burocratici e politici, a livello locale diventa l’occasione per fornire favori ed ulteriori prebende e, quindi, catalizzatore di ulteriore consenso.
Qual è il rapporto tra Stato e camorra in Campania? La camorra rimane sempre e comunque “antistato”?
Non credo affatto che la camorra sia un antistato; in tutti i casi in cui ho incontrato per interrogatori boss di primo piano del clan, hanno sempre inteso rimarcare un dato: non erano mai stati accusati di avere attentato a uomini delle istituzioni. Essi non si sentono in contrasto con lo Stato, ma parte integrante di esso; si inseriscono nei vuoti e utilizzano i meccanismi burocratici e istituzionali per crescere. Questa è la grande difficoltà dell’Antimafia: il nemico non è di fronte, o contrapposto; troppo spesso è nelle fila di chi dovrebbe rappresentare lo Stato.
C’è, nell’immaginario popolare italiano, un pericoloso scollamento tra i concetti di giustizia (come valore astratto) e legalità?
Un sistema-giustizia che non funziona è la causa della sfiducia e dello scollamento. Uno Stato che volesse davvero vincere la criminalità dovrebbe mettere al primo posto l’efficienza della giustizia; si toglierebbe alle mafie un incredibile brodo di coltura. E invece l’efficienza del sistema non sembra mai essere nella vera agenda dei problemi nazionali; grandi parole a cui seguono pochi fatti, anche perché molte lobbies lavorano perché la giustizia non sia efficiente.
L’antimafia desta più simpatie nelle fiction che nei telegiornali?
Sono assolutamente d’accordo. L’antimafia dopo un po’ stanca; richiama alle regole e al rispetto dei principi e questo non piace a una parte “anarchica” della popolazione. E poi – questo va detto – non sempre l’Antimafia, soprattutto quella sociale, dà un’immagine di sé ottima. Quelle parole di Sciascia sui professionisti dell’antimafia erano sbagliate, soprattutto per il momento storico in cui venivano pronunciate e perché colpivano un soggetto che non meritava affatto l’epiteto in senso negativo; ma contenevano molti aspetti di verità e molti punti di riflessione.
Nel suo libro racconta la storia di una delle tante vittime di camorra: Federico Del Prete, un uomo semplice e poco istruito, ma il cui senso del dovere lo porta a esporsi fino in fondo, denunciando le estorsioni subite dagli iscritti al suo piccolo sindacato di venditori ambulanti, costretti a pagare il pizzo al clan locale. Quello che più colpisce della vicenda di Del Prete è l’idea che la sua decisione di denunciare, logica e basilare altrove, in quel contesto diventi un’anomalia, una scelta tragica da eroe, da pazzo o da incosciente. Cosa dovrebbe fare lo Stato per sovvertire questa situazione?
Se ci fossero un po’ più di Federico Del Prete sarebbe tutto più semplice. Mi sono convinto con l’andar del tempo che la camorra avesse capito quanto fosse devastante Del Prete proprio perché non era un professionista dell’antimafia, ma un uomo comune, e dagli uomini comuni ci si attende meno atti ordinari che divengono straordinari momenti di coraggio. Eppure, Del Prete è morto e quella morte ha lasciato un segno in negativo su tanti uomini comuni che avrebbero potuto seguirlo. A tale proposito, lo Stato può fare tanto: non abbandonare chi ha il coraggio quotidiano di fare il proprio dovere.























 

 

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