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Intervista


”Natura morta in un fosso” con Fausto Russo Alesi, di Fausto Paravidino, regia di Serena Sinigaglia

di MF - 02/10/2007

Fausto, da dove nasce questa tua predilezione per i monologhi? Non è la prima volta che ti misuri con dei testi così forti.
Beh, il monologo in quanto tale mi dà la possibilità di esprimermi a tutto tondo, di essere in scena con tutta la mia capacità espressiva. Il testo esige una perfetta conoscenza e attraverso di esso posso trasmettere i suoi pieni significati, i suoi rimandi.
Il tuo è un teatro corporale, comunichi molto attraverso la tua dinamicità, questo continuo spogliarti e rivestirti è ricorrente nei tuoi spettacoli.
Sì, la fisicità ha molto a che fare con il mio modo di recitare, di essere sul palco. Il fatto stesso di interpretare diversi personaggi mi impone di ricorrere a diversi stratagemmi: il cambio dei costumi, l’espressione con diversi timbri di voce, una diversa gestualità e presenza scenica a seconda che interpreti un personaggio maschile o femminile; è un continuo misurarsi con difficoltà diverse.
Già ne Il Grigio di Giorgio Gaber e Sandro Luporini hai avuto modo di dar prova di questa tua poliedricità.
Anche il personaggio de Il Grigio implica un adattamento continuo a ritmi, pause, interpretazioni diverse; c’è un fascino particolare per me a misurarmi con diversi livelli di difficoltà recitativa.
Immagino sia per te un continuo accrescimento non solo professionale ma anche personale.
Devo sentire ciò che recito, ci devo credere, devo condividerlo ideologicamente per poterlo rendere al meglio.
Che tempo di preparazione implica un testo così ricco e impegnativo?
Dipende, in media un mese, a volte hai a disposizione più tempo ma quando incominci a provare devi essere già pronto, la memorizzazione è una parte che può risultare anche noiosa, quando poi vai sul palco dove c’è l’incontro tra la tua concezione e quella del regista, allora entri nella parte entusiasmante del lavoro, si discute, si riflette e si arriva ad una versione condivisa.
Il teatro come impegno sociale, che analogie trovi con il teatro civile di Paolini?
Ho più volte usato questo aggettivo per il mio teatro ma è in realtà diverso, ci sono delle differenze sostanziali; ho amato quanto ha fatto Paolini, il teatro civile quale denuncia, quale consapevolezza collettiva.
Anche i tuoi personaggi tendono ad una presa di coscienza, alla scoperta della verità e ci riescono, per quanto la verità sia dura comunque la guardano in faccia e la affrontano senza remore.
E’ vero, si giunge sempre ad una maturità personale che il teatro rende collettiva. La denuncia è più metafisica, da interpretare, può essere chiara a patto che si riesca a leggere tra le righe, una sorta di psicanalisi dei personaggi.
Che tra l’altro sono sempre espressione di solitudini profonde.
E’ una verità incontrovertibile con la quale accettano di fare i conti.























 

 

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