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Intervista


Intervista a Stefano Bollani

di Marcello Masneri - 28/11/2009

Il pianoforte eclettico di Stefano Bollani ha incendiato il PalaCreberg in una serata che ha fugato ogni dubbio sulla natura del dominatore del palcoscenico. Soggetto a qualche critica da parte dei puristi per le numerose apparizioni televisive nei talk show, e osannato dal pubblico televisivo che in buona parte probabilmente ignora o sottovaluta il livello artistico del musicista, ha ribadito che il jazz è la sua strada, con qualche deviazione improvvisa, l’importante è non annoiarsi. Un quintetto che ha macinato puro jazz per oltre un’ora e mezza, intervallandolo con brevi frizzanti momenti di teatro comico improvvisato condotto con anima e corpo dall’istrionico musicista toscano. Un mix che ha entusiasmato un pubblico raramente così eterogeneo. Lui non sta fermo un momento sul palco, così lo fermiamo noi a fine concerto.

Stefano, chi sono i visionari?
Mah, siamo noi, noi cinque. In realtà sono nati prima tre nostri pezzi, Visione 1, Visione 2 e Visione 3. Da qui, i visionari. Tratti dalle ‘Visioni Fuggitive’ per pianoforte di Prokofiev. Qualche anno fa ascoltavo molto Prokofiev ed è nato anche un album in solo, con pezzi suoi. La mia musica trae spunto anche da tre racconti di grandi scrittori che in modi diversi io considero dei visionari: Murakami, Pasolini e Jodorowsky.
Nel foglio illustrativo del tuo cd visionario si legge che la tua musica intende essere un mezzo contro ‘le armi di distrazione di massa’…
Un gioco di parole che ci piaceva, rendeva l’idea.
Nel vostro doppio disco canti anche tu. Ti piaci come cantante?
In ogni disco canto solo un pezzo, ma sono un cantante timido, non mi piaccio. Da piccolo volevo fare il cantante quindi continuo a provarci. Non mi piaccio perché il pianoforte l’ho studiato sin da piccolo, ho un’educazione classica anche se poi sono scappato, mentre lezioni di canto non ne ho mai prese, quindi mi sento in difetto. In effetti poi amo le voci meravigliose di Chet Baker e Louis Armstrong, anche se non sono dei grandi cantanti.
La tua ironia unita alla teatralità, questa fisicità comunicativa sul palco, sono uno stile che fa parte di te anche quando non fai spettacolo?
Sul palco sono uguale a fuori, non so cosa è nato prima. A diciassette anni ero timido. Poi non so, si aprono delle porte e la spontaneità diventa parte di te. Le cose che abbiamo fatto sul palco stasera sono estemporanee, non c’è nulla di preparato, e penso che per fare jazz si debba essere predisposti all’improvvisazione, anche a costo di sbagliare, perché le cose possono uscire anche male, visto che nascono dal nulla. Io non voglio annoiarmi e anche se faccio lo stesso pezzo lo voglio fare diverso.
Anche i tuoi musicisti hanno questi requisiti?
Guerrini il sassofonista era il mio compagno di banco al liceo. Ognuno di loro ha delle specificità e le porta in studio. Io posso scrivere la musica ma poi loro la fanno come vogliono. Questo l’ho imparato da Enrico Rava, con cui ho iniziato a collaborare nel 96, era il mio idolo quando ero un ragazzino. Diceva sempre che se hai scelto quel musicista non ha senso se poi gli dici come deve fare. Siamo tutti solisti, professionisti di strumento. Negli anni 70 faceva parte di quella schiera di jazzisti seri, facevano freejazz, tiravan su le barricate, poi col tempo ha tirato fuori una vena umoristica e ora sul palco si diverte. A 70 anni può dire quello che vuole, con quella carriera lì… Comunque è fondamentale sempre il rapporto umano, quando il gruppo funziona fuori dal palco poi funziona meglio anche sul palco. Nessuno pensa mai che la maggior parte del loro tempo insieme i musicisti non la passano a suonare, ma magari su un treno, in macchina, in aereo o a cena e se non si va d’accordo diventa un inferno. Io diversamente da così non potrei essere.
In passato hai lavorato con musicisti statunitensi, con un album che traeva spunto da ‘I Fiori Blu’ di Queneau. Cosa ha di speciale quel libro?
Sono un appassionato di quella letteratura, per la struttura che ha. Queneau, Calvino, Borges hanno una fantasia guidata, hanno strutture precise, hanno un’idea di fondo trattata in modo leggero, ma leggibile anche a livelli diversi, anche politici. E vorrei che la musica ugualmente fosse innanzitutto godibile, poi per chi vuole anche interessante.
Qual è il tuo rapporto con la televisione? Ci vai spesso…
Sì, per farmi pubblicità, in tv hai poco tempo e devi spenderlo bene, essere brillante, farti piacere, ma non certo per come fai musica. Per quello ci sono i concerti o la produzione di un disco. Se vai dalla Dandini o da Fazio devi stare al loro gioco e saper giocare. Uso la televisione perché poi la gente venga a vedermi a teatro.























 

 

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