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Intervista


Intervista a Raffaele Cantone

di Massimiliano Forgione - 28/12/2009

Quanta volontà politica c’è negli ultimi arresti, quindi nella lotta alla mafia, alla camorra, e quanto è il frutto di un’attività investigativa che parte da lontano. Insomma, volontà politica e investigativa, vanno di pari passo?
La volontà politica c’è nel momento in cui si realizza la repressione del fenomeno mafioso dal punto di vista militare e non c’è un governo che si possa prendere il merito di determinati arresti che sono il frutto di attività investigative di lunga proiezione e continuative. Il problema è che la volontà politica non è altrettanto decisa nel momento in cui bisogna accertare altri livelli di connivenza; ebbene, in questo caso notiamo un’indifferenza trasversale che non ci permetterà di risolvere il problema mafie perché i nodi sono proprio nei rapporti tra economia e politica.
Parliamo di intercettazioni: quanta verità c’è nelle dichiarazioni di coloro che osteggiano questo disegno di legge e quanta in quelle di coloro che lo caldeggiano?
Il disegno di legge ha subito una battuta d’arresto grazie al veto posto dal Presidente della Repubblica. Ciò è molto positivo in quanto la legge è molto pericolosa perché impedisce le intercettazioni su tutta una serie di reati con gravi ripercussioni sulle indagini nei confronti della malavita organizzata. C’è chi finge di non sapere che le intercettazioni sulla criminalità organizzata, molte volte, nascono per dei reati che non sono specifici della criminalità organizzata e con questa legge non potranno essere più fatte. Insomma, il meccanismo delle intercettazioni diventerebbe estremamente farraginoso e ciò, nella lotta alle mafie, è inconcepibile. Ci vuole elasticità, prontezza ed essere costretti a richiedere ad un giudice l’autorizzazione per intercettare, dover trasmettere tutti gli atti per ottenere l’autorizzazione stessa, sono passaggi che pregiudicano la lotta alle mafie.
Lei prima ha parlato dell’avvaloramento sociale che l’appartenenza alla Camorra, ad un gruppo di potere, può dare; le chiedo io: qual è l’avvaloramento sociale che l’appartenenza ad un gruppo politico può dare? Non stiamo parlando della stessa cosa? Quanti intendono la politica non come servizio pubblico ma come acquisizione di un potere da poter esercitare?
Ma io in questo non ci vedo niente di male; potrei dire di quante persone cercano di affermarsi nel mondo del lavoro per poter contare socialmente. Ripeto, non ci trovo niente di male nella possibilità di utilizzare la politica, la propria professione per migliorare socialmente. Quello che mi preoccupa è il fatto che in alcuni codici di comportamento, soprattutto di alcune fasce sociali, diventa un punto di riferimento essere camorrista, criminale; ciò, dal punto di vista della simbologia ha conseguenze molto pesanti e negativi.
Perché il processo non può essere breve nel nostro Paese?
Ma il processo deve essere breve.
Ma c’è una reale volontà politica affinché sia così?
Ad oggi no! Le riforme che vengono adottate non sono di sistema e dobbiamo smetterla di operare per emergenze. In ciò devo dire che non possiamo prendercela con gli ultimi arrivati al governo perché l’origine del male è in una mancanza di volontà endemica e trasversale. Il sistema del codice di procedura penale e civile sono degli scandali in Italia. Il sistema del processo breve è una questione di democrazia.
Lei ha detto che la realtà è fatta di sfumature. Questa crisi, innanzitutto culturale, non risiede nella nostra incapacità di sapere interpretare la realtà leggendo tra le righe?, di questa passione atavica, dell’italiano, per le dicotomie, per una visione manichea della vita?: porre tutto il male da una parte e il bene dall’altro?
Non lo so dire, ci vorrebbe una lettura di taglio sociologico. Ritengo che la crisi culturale del nostro Paese abbia molto a che vedere con l’italianità, con la natura anarchica dell’italiano che porta anche ad esaltare modelli culturali che tendono, da un lato alla messa in discussione dei criteri ordinari del potere e, dall’altro, alla esaltazione dell’uomo forte con la propensione a travolgere tutti i poteri. Questa è una connotazione dell’italiano e credo, ma non sono un sociologo, è concausa di questa crisi.
Quali critiche può muovere al CSM?
Credo che le critiche che si possano muovere siano due: la mancanza di attenzione reale sulla necessità di riforme; in tal senso, la magistratura pecca di conservatorismo, mantenere l’esistente non va bene. Ritengo che il tentativo di riforma delle carriere della magistratura intrapreso da Flick fosse buono, purtroppo fu osteggiato dalla Magistratura stessa e fu un grave errore. L’altra critica, che si sostanzia in un altro errore è che al suo interno non sempre contano criteri di professionalità, purtroppo, logiche correntizie vanno a discapito del merito. Nel lavoro di magistrato l’autogestione è fondamentale, altrimenti non si spiegherebbero i punti d’eccellenza rispetto ad altri di assoluta inefficienza. Beh, a fronte di ciò, noi magistrati avremmo potuto evitare un buon numero di critiche e di polemiche qualora fossimo stati più critici e meno autoreferenziali. Però, ben inteso, la nostra è una piccola responsabilità che non ci assolve ma che non deve neanche dare il diritto, a certa politica, di additare la Magistratura quale unica causa di questa situazione.
La storia ci insegna che la repressione non cambia la realtà, spostano delle virgole ma alla modificazione della punteggiatura non ne consegue una del linguaggio. Roberto Saviano vive il sogno di poter mutare la contingenza attraverso le sue parole. E’ per questo che anche lei ha voluto raccontare attraverso il suo libro?
Secondo me dovremmo uscire dal pessimismo che le attività repressive non servano; il problema è che a queste si devono sempre accompagnare le eliminazioni delle situazioni strutturali. Ci sono delle realtà che non hanno bisogno dell’operato del bisturi sulla situazione che ha eco mediatica, bensì, necessitano di terapie approfondite perché si tratta di realtà tumorali profondissime. La parola è utilissima per il cambiamento culturale, però, stiamo attenti a che questo non sia solo uno slogan che legittimi e aiuti l’italiano a deresponsabilizzarsi, a considerare che tanto c’è sempre un altro che ci pensa. Non dobbiamo individuare eroi per sgravarci le coscienze, le battaglie devono essere di tutti, ognuno nel suo piccolo; nel momento in cui ci abbandoniamo all’idea che ci sia l’eroe che con la sua parola cambierà il mondo abbiamo creato un fatto di specie ma commesso un errore enorme.























 

 

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