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Intervista


“Quel giorno a Cinisi. Storia di Peppino Impastato”
Intervista a Daniele Biacchessi e Gaetano Liguori

di Massimiliano Forgione - 22/01/2010

"Quel giorno a Cinisi. Storia di Peppino Impastato" è uno spettacolo che portate in giro dal 2006 con grande riscontro di pubblico.
Biacchessi Io, assieme a Giovanni Impastato e Umberto Santino, abbiamo incominciato a lavorare al testo nel 2005, attraverso un lavoro fatto perlopiù a distanza, tramite scambio di email, poi, alla parte teatrale, dell’interpretazione, ho lavorato io, coinvolgendo Gaetano Liguori, con il quale sono amico da tanti anni, per l’accompagnamento musicale. Lo spettacolo è stato inscenato per la prima volta sul palco del forum antimafia a Cinisi. Vedi, i luoghi contano e dare vita a questo spettacolo di teatro di narrazione, locuzione sicuramente più appropriata della più commerciale teatro civile, era sicuramente importante farlo, per la prima volta, nella città di Peppino.
I luoghi contano e Ponteranica, come Cinisi, diventa luogo simbolo visto lo sfregio che la giunta leghista ha fatto alla memoria di Peppino Impastato. Mi risulta che siete qui in maniera assolutamente gratuita.
Il tutto è nato dalla profonda indignazione che, sia io che Gaetano ma anche della numerosissima gente che ha dato vita alla manifestazione lo scorso settembre e quanti non poterono parteciparvi ma fecero sentire la propria voce, abbiamo avuto per uno atto tanto infame quanto ignorante. Così contattammo l’organizzazione e ci dicemmo disponibili per la rappresentazione di questo spettacolo.
Liguori L’impegno contro la mafia oggi equivale all’impegno in Vietnam negli anni ‘60 o in Palestina negli anni ’70 o in Nicaragua negli anni ’80; per gente come noi che è sempre stata sensibile a questioni sociali è tanto normale quanto coerente essere qui stasera. Il punto è sempre lo stesso: che a indignarsi di tali storture della civile convivenza siano sempre meno persone e, tra queste, sempre meno giovani. Per me che ho passato gli anniversari degli ultimi cinque anni a Sabra e Shatila in Libano, con gli Ezbollah, in Siria, a Bagdad, ti posso assicurare che avevo molti più timori quando abbiamo proposto questo spettacolo, nel corso della Carovana Antimafia due anni fa all’ortomercato di Milano, che non a Beirut dove almeno sapevo dov’erano i buoni e i cattivi. Quindi, tornare in questi luoghi, in questo momento storico Ponteranica, per me è assolutamente normale, vitale come respirare; la contestazione triste è che, non molti anni fa, di Ponteranica ce n’erano molti di più e più partecipati, e io, che quegli anni ho vissuto, mi considero molto fortunato.
Hai chiamato in causa i giovani; come la vedi, oggi, la loro sensibilità, la loro percezione di fronte a queste tematiche sociali? Insegni al Conservatorio di Milano, dovresti avere il polso della situazione.
E’ come i capelli: li perdi senza accorgertene, vedi gli spazi vuoti ma non li vedi fisicamente abbandonare la testa. Voglio dire che è una percezione che non realizzi durante la sua fase ma constati nel risultato. Non voglio essere catastrofista e non ritengo che si stava meglio quando si stava peggio, sono sempre portato a difendere i giovani e devo dire che era tutto un contesto che aiutava a far sì che l’impegno fosse più naturale. Per dire, una serata come questa avrebbe dato luogo a tanti rimandi e tante altre iniziative sul tema. Quindi, l’aria che si respira non è bella, mancano gli stimoli, le coscienze sono parecchio addormentate e il fatto che, il pubblico di stasera sia per la maggior parte mio coetaneo, ne è un’ulteriore dimostrazione.
Però la realtà non manca di episodi che chiamano all’indignazione che per essere efficace dovrebbe essere collettiva e non individuale.
E’ incredibile come ci possa essere grande partecipazione per dire “no” a Berlusconi e come, episodi di razzismo, quali quello di Rosarno e di Napoli, solo per mantenere una coerenza cronologica, non ci provocano nessuno sdegno. Questo dovrebbe farci riflettere!
A Napoli, un immigrato è morto per il freddo dopo essere stato gettato in una fontana pubblica da ignobili ignoti.
E la stampa si è soffermata sul fatto che questi non avesse il permesso di soggiorno, come a dire: se fosse morto regolare sarebbe stato più dignitoso. Mi chiedo: dov’è la gente?
Qual è lo stato del giornalismo, oggi, in Italia?
Biacchessi Se il giornalismo è quello di Augusto Minzolini, beh, non stiamo messi bene; diciamo che il quadro è abbastanza inquietante. Se è quello di case editrici quali, per esempio Chiarelettere, che pubblica i miei libri, se è un tipo di giornalismo fatto da Gabanelli, da Iacona, allora, lo scenario è meno fosco e, il fatto che tali trasmissioni registrino ampi riscontri di pubblico, vuol dire che il giornalismo d’inchiesta, quello che va a verificare, sul posto, tra la gente, come realmente stanno le cose, fa presa perché racconta la verità. Ti ricordi la frase del presidente Napolitano rivolta ai giornalisti in cui li invitava a tenere la schiena dritta? Beh, il problema è che in Italia sempre meno giornalisti hanno la schiena, l’hanno piegata a 90 gradi per convenienza, per paura, per opportunismo, e i risultati sono sotto gli occhi di chi vuole ancora vedere. Considera che oggi la censura si attua in modo molto più subdolo, non bandiscono una trasmissione ma, attraverso il taglio delle risorse, di fatto, ti impediscono di farla.
Cosa ne pensate del giro di vite che, attraverso il disegno di legge D’Alia, prossimamente in discussione al Senato, vogliono dare a internet?
Liguori Non ci riusciranno! E’ antistorico! Il potere si affanna sempre a cercare di controllare l’incontrollabile. Ha l’incredibile capacità di capire in ritardo siderale la realtà per poi dover correre ai ripari da troppa libertà. Questo la dice tutta su come la politica dei partiti non abbia nulla a che fare con la vita della gente!























 

 

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