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Intervista


“L’uomo che verrà”
Intervista a Giorgio Diritti, regista del film che ha conquistato il Roma Film Fest

di Stefania Burnelli - 29/01/2010

Negli occhi di una bambina scorre una delle pagine più infami del secondo conflitto mondiale. La locandina del nuovo film di Giorgio Diritti, “L’uomo che verrà”, riassume in uno sguardo la parabola di una comunità, dal tempo lieto delle fatiche, dei sogni e delle piccole gioie quotidiane al tempo feroce della disgregazione e dell’annientamento. Autunno del ’44, tra le colline emiliane si consuma l’orrore. Le truppe tedesche assalgono fienili e cascine mettendo a ferro e fuoco il Monte Sole con una rappresaglia senza precedenti. E’ l’eccidio tristemente noto come la strage di Marzabotto, settecento civili uccisi di cui più di duecento bambini. Il regista Diritti ha affrontato il tema con pudore, rigore storico e libertà poetica, rafforzando i consensi che già aveva raccolto la sua opera prima "Il vento fa il suo giro", clamoroso caso cinematografico lanciato dal Bergamo Film Meeting 2006. In occasione dell’incontro pubblico al Cineteatro del Borgo di Bergamo abbiamo rivolto al regista qualche domanda.

Come e quando le è venuta l’idea di questo film?
La genesi risale a parecchi anni fa. Mi fu regalato un libro, Le Querce di Monte Sole di Luciano Gherardi, che racconta la storia di una comunità dell’Appennino bolognese nel ‘900 fino allo specifico della vicenda di Marzabotto. Fino ad allora la dimensione del mio sguardo era quella dei libri di scuola che forniscono dati, numeri e fatti. Quel giorno è nato in me un sentimento prima di curiosità, poi di partecipazione. Ho letto altri libri, ho incontrato sopravvissuti e partigiani e man mano l’emozione e una sorta di senso morale mi hanno indotto a fare qualcosa per non dimenticare e perché tragedie di questo tipo non accadano più. Il film, al di là dello spunto di Marzabotto, vuole essere uno stimolo alla pace e al rifiuto di qualsiasi guerra, perché la gente semplice desidera vivere serenamente la quotidianità, ha ben altro per la testa che trovarsi delle persone in casa che sparano e uccidono.
La sua opera prima, Il vento fa il suo giro ha avuto un ottimo riscontro malgrado le difficoltà della lingua occitana. L’uomo che verrà è parlato in uno stretto dialetto degli Appennini. Come si spiega che film di contesto sociale e linguistico così specifico, con tanto di sottotitoli, riescano a conquistare la platea nazionale?
Io penso che l’identità linguistica sia parte della verità. Nel momento in cui si racconta una cosa si cerca di essere credibili e in questo senso ogni elemento del film vuole riportarci al ’44 in quelle terre dell’Appennino. Inoltre le lingue minoritarie e i dialetti hanno sovente una musicalità e una sintesi che è maggiormente comunicativa dell’italiano. Penso ai dialetti come a un patrimonio che va difeso, purché non diventi la bandiera di crociate classiste o razziste.
Questo è un film molto al femminile. Protagoniste sono le donne che imprimono il ritmo, l’ordine e il senso ai giorni. Ed è proprio dalla sorte loro e dei loro figli che nasce il dramma. Quando ha pensato al titolo L’uomo che verrà si è posto il problema?
Sì, certo. L’uomo che verrà è sia il fratellino di Martina, di cui nei nove mesi si attende la nascita, sia l’uomo del futuro . L’osservazione sul mondo femminile è giustissima. Ritengo che il femminile sia proprio il senso della vita e che abbia in sé una capacità di mediazione, di dialogo, di attenzione al bene comune superiore a quella degli uomini. Purtroppo gli uomini sono geneticamente, da generazioni abituati a dimostrare la loro potenza e virilità, a combattere e a conquistare. Una società futura dove le donne abbiano un peso politico e sociale maggiore credo che sarà senz’altro una società più pacifista.
Nel 2006 ha vinto il Bergamo Film Meeting con Il vento fa il suo giro. Il suo rapporto con il Lab80 dopo quell’esperienza?
E’ stato un incontro molto positivo anche perché il Lab80 ha poi favorito la distribuzione del Vento in tutta la Lombardia, quindi si è rivelato un ottimo partner di collaborazione. Ultimamente tutti questi enti e associazioni fanno un po’ fatica per i tagli dei fondi. Mi auguro che il festival di Bergamo continui perché svolge un lavoro prezioso per un buon cinema, cioè per una buona società. Troppo spesso si dimentica che un film di qualità è uno strumento privilegiato per la riflessione e per favorire una crescita psicologica delle persone.
Il pubblico ha risposto alla grande all’anteprima bergamasca del suo nuovo lavoro.
Sono stato contentissimo di essere a Bergamo ieri (n.d.r. 25.1.10). C’è un legame forte con questa città e devo dire che da anni su Bergamo c’è un’attenzione particolare nei confronti del cinema di qualità. C’è sensibilità, c’è gusto per un cinema che dà emozione e non solo consumo nel senso di intrattenimento.
Per il tema che tratta, il suo film non poteva non suscitare qualche posizione ideologica. Il Manifesto riporta una recensione ammirativa ma anche polemica su certe riprese di partigiani e SS. Che cosa ne pensa?
Ha detto una parola che è la sintesi del problema. Quando le posizioni sono ideologiche, succede che a tutti i costi si vuole vedere nel film qualcosa: e se magari non la si trova si può dare un’interpretazione distorta del vero. C’è una scena in cui un partigiano spara a freddo a un tedesco, ma queste sono cose storicamente avvenute, che fanno parte delle dinamiche di una guerra. Nel film chi commette questo gesto è un ragazzo che fa parte della famiglia e che poco prima aveva dichiarato di non voler uccidere. Ciò che più mi preme è rendere evidente come il meccanismo della violenza modifica le persone e le porta al peggio, alterando i rapporti famigliari e l’identità dell’uomo stesso.
Il suo rapporto con l’opera e la lezione di Olmi.
Sento un’affinità, una condivisione di un cinema che è anche un’occasione sociale di riflessione, uno sguardo sull’uomo. Il cinema come specchio per capire chi siamo e per offrire allo spettatore e alla società un’opportunità di modificarsi in meglio. Nello specifico di questo film, ovviamente i paralleli ci sono: la civiltà contadina di fine Ottocento non è molto lontana da quella degli anni Quaranta per ritmi di vita e forme di relazione. Solo nel dopoguerra c’è la grande trasformazione, con lo spopolamento delle campagne e il progressivo mutamento dei costumi.
Progetti per il futuro?
Ho solo qualche idea, ma parlarne è prematuro. Anche gli apprezzamenti su questo film mi impongono una particolare attenzione a non scivolare sul prossimo. Non mi dispiacerebbe comunque raccontare i giovani d’oggi, che spesso sono rappresentati in modo stereotipato e che purtroppo hanno già un senso di rassegnazione per l’assenza di prospettive future. Ritengo che oggi si stia commettendo qualcosa di pesante nei confronti del bene della nazione e anche del loro. Rischiamo di perdere un patrimonio grandissimo se non investiamo per tempo su questa generazione.























 

 

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